Ma che cosa fare dei nostri bamboccioni?

Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta pochi giorni fa ha proposto la sua idea di una legge che «obblighi i figli a uscire di casa a 18 anni». «Fino a quando non sono andato a vivere da solo era mia madre che la mattina mi rifaceva il letto. Di questo mi sono vergognato», ha detto il ministro commentando la condanna di un padre costretto dai giudici a pagare gli alimenti a una figlia trentaduenne ancora all’università. Giovedì il direttore Vittorio Feltri è intervenuto sulla questione: «Questa storia che i giovanotti poco inclini ad abbandonare la casa paterna siano dei bamboccioni non mi convince - ha scritto -. Come si fa a chiamare bamboccione uno che preferisce vivere bene coi genitori piuttosto che male per conto suo? Semmai è masochista chi, per un malinteso senso della libertà, rinuncia a un comodo appartamento ben riscaldato, bene arredato, nel quale la mamma provvede a tutto, pulire, lavare, stirare, cucinare, e va ad abitare solo come un cane in un bilocale mansardato, travi a vista contro cui sbattere la testa tre volte al dì, bagno angusto, dove fumare due sigarette di fila significa provocare l’effetto camera a gas, la sera gli tocca lavarsi le mutande, cene in piedi davanti al frigo spalancato recuperando mozzarelle scadute, prosciutto secco, sardine sottolio tipo rancio di caserma». La questione ha aperto il dibattito. Pubblichiamo qui di seguito uno scambio di opinioni tra il direttore Feltri e lo scrittore e psicologo Claudio Risé.
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