Raccolgo la conversazione di due giovani fanciulle romane, studentesse universitarie, all'uscita della metropolitana. "Hai visto?" domanda una. "Che?" risponde l'altra. "Gli incassi del film di Checco Zalone". "Ma chi il tamarro?". "Sì lui! Chicca probabilmente si chiama Francesca siamo un paese finito. Fallito. Se tante persone vanno a vedere certa robaccia dozzinale, ci resta solo una possibilità: andare via, lasciare il paese, abbandonare l'Italia". Questo mozzicone di conversazione casualmente captata mi è rimasta impressa. Possibile che la commedia italiana susciti ancora così tanti malumori e riprovazioni? Possibile. La storia è vecchia. È iniziata negli anni Trenta del secolo passato. Anche all'epoca la commedia spopolava e veniva salutata da contumelie più o meno salaci. Nel dopoguerra la musica non solo non si è quietata: è salita di giri. Di stagione in stagione. Hanno azzannato la "maggiorate" e i "poveri ma belli".
Poi il tritacarne ha macinato tutto quanto non rientrasse negli schemi del "cinema alto". Il "basso" non è mai stato digerito. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia: fetenti. Non parliamo dei Pierini, della Giovannone di coscia lunga, delle soldatesse col petto in fuori, delle cortigiane del castello. E Lino Banfi? Avanspettacolo. Anche l'Albertone (Sordi) nazionale alla fine ce lo siamo meritati. Un paese di borghesi piccoli piccoli. Ritratti nella maschera di un comico. Imbroglioni. Incolti. Furbacchioni. Baciapile. Democristiani. Quando le vacanze di Natale hanno iniziato ad azzannare il botteghino è stato coniato un termine dispregiativo: "cinepanettone". Le mazzate è storia di ieri non hanno risparmiato il "ciclone Pieraccioni". Troppo successo? Giù legnate. Corsi e ricorsi della storia. Arriviamo ad oggi. Il "Re dei tamarri" batte ogni record. Polverizza ogni precedente risultato. Il box office del weekend diceva 65.292.956 euro. Considerando che Quo vado? è fermo a 65.365.736 euro, il sorpasso dovrebbe già essere avvenuto ieri sera. Fracassa ogni barriera. Dovremmo rallegrarcene. Per una doppia ragione. Il film a chi lo vede trasmette buonumore. E soprattutto sottrae ricchezze alla concorrenza statunitense che ci sta stritolando. Ma non basta. Anzi, è proprio questo il "delitto perfetto". Fa ridere e incassa. Quindi pollice verso.
Le due ragazze indignate a tal punto da meditare di fare fagotto, parlavano un ottimo italiano. Indossavano abiti impeccabili. Calzavano scarpe di tendenza. Il loro telefono ovviamente è un Apple. Detestano i "tamarri" ma probabilmente sono disposte ad avere un occhio comprensivo per i "maranza". Invece sbagliano. Dovrebbero vedere in sala Zalone. Non solo l'ultimo milionario. Non farebbe loro male recuperare i suoi film precedenti. Parlano dell'Italia di oggi. Hanno i suoi difetti e i suoi pregi. Ma soprattutto hanno tanta vitalità. Sono una boccata d'aria fresca. Zalone se ne frega dell'arte. Quella la lascia ai film di tendenza, di nicchia, di impegno, di sostegno, di rivolta, di giro e di compagnia. Film che perlopiù non vede nessuno. E se disgraziatamente qualche malcapitato finisce in sala, quando si riaccendono le luci giura che non andrà mai più a vedere un film italiano. Tante, troppe opere dell'ingegno non comprese hanno goduto del sostegno (spesso totale) del contribuente. La colpa dell'insuccesso è dei poveri italiani gonzi, rimbambiti da decenni trascorsi in poltrona davanti alla tv, che non leggono libri e quotidiani, consumano male, bevono peggio e votano qualunquista. Non soffrono a sufficienza per l'ambiente agonizzante, per le periferie disastrate di ogni dove e altre nobili cause. Non riescono a vedere oltre la loro circonferenza. E quando arriva il "richiamo del tamarro" corrono in sala. Il cinema è Arte. Con la maiuscola. Non è leggerezza, ironia, disincanto. E magari anche qualche volgarità. In giro di artisti ce ne sono davvero pochi. A breve vedremo il nuovo film di Sorrentino La grazia. Può non piacere. Ci sta. Ma è un vero film d'Arte. Sono anni che il baraccone del cinema italiano si regge sul supporto finanziario statale nazionale ed europeo, televisivo, satellitare. Ha però divorziato dal pubblico in sala. Gli italiani non vogliono più vedere la propria cinematografia. La ragione? È distante da loro anni luce. Parla di problemi che non li riguardano. Ha facce che non gli somigliano. È uno specchio nel quale non si riconoscono.
Attori, registi, sceneggiatori, dialoghisti, opinionisti, hanno messo in piedi una compagnia lamentosa, accigliata, biliosa, progressista e politicamente corretta. E in lutto per il successo strepitoso del "Re dei tamarri". Nel fatidico Sessantotto venne coniato uno slogan: "Una risata vi seppellirà". Evviva Checcone. A colpi di risate li hai seppelliti.