di Fiamma Nirenstein
Tutta la polemica sulla visita del Papa in Sinagoga attiene al tema del dolore, della tragedia, della rabbia, della delusione e della sete di giustizia, ed è per questo una polemica ragguardevole. Ma non ha niente a che fare con la questione dei rapporti fra ebrei e cristiani: essi abitano altrove. È evidente che la visita di Benedetto XVI non può che essere utile a unamicizia che ha molte ragioni per reggere, e molte ragioni, invece, per dubitare, dopo tante ferite, di farcela. La questione centrale del sospetto che Rav Laras, persona savia, integra ed ebraica come piace a me, esprime sulla bontà della visita è certamente quella della beatificazione, o santificazione, di Pio XII propugnata dal Papa. Un Papa che esalta le attitudini eroiche in Pio XII alla sua beatificazione rivendicherà limprimatur della visita in Sinagoga.
Ma gli ebrei non possono, non devono, non vogliono legittimare o delegittimare nessun santo. Noi non abbiamo santi, non nel senso cattolico; non crediamo ai santi, non fanno parte del nostro universo religioso. La Chiesa ha ogni e qualsiasi diritto sulla scelta dei suoi santi; però, noi abbiamo diritto al giudizio storico, discutibile come tutti i giudizi, su qualsiasi personaggio, anche se beato o santo. Nessuno si offenda, qui non ci sono vignettisti blasfemi, solo una civile discussione, dunque. Il dialogo fra gli ebrei e i cattolici non può intricarsi nella santificazione di chicchessia; e, nonostante da anni se ne parli per Pio XII, ha fatto grandi passi avanti dai tempi in cui Giovanni XXIII tolse laggettivo perfidi agli ebrei, e ancora più da quando Paolo VI schifò lo Stato dIsraele e i suoi leader. Giovanni Paolo oltre a chiamare gli ebrei fratelli maggiori ha fatto una cosa fondamentale, innegabile: ha riconosciuto lo Stato dIsraele, e cè andato con evidente emozione e amore. Benedetto XVI a sua volta è andato a Gerusalemme, e questo è ragguardevole, perché niente come riconoscere che gli ebrei sono un popolo attuale e non del passato è teologicamente più importante.
La Chiesa si è sempre ritenuto il Verus Israel. Invece no: il vero Israele è Israele, e quando un Papa ne dà conto calcandone la terra e stringendo la mano ai suoi dirigenti ebrei fa un gran bel passo. Qui abbiamo un Papa che questo passo lha fatto, ma che nella determinazione di segnare con paletti il confine della sua fede assediata dalla laicità, dallIslam, dalla modernità e dal consumismo, alle volte si è mostrato un po frettoloso, se possiamo permetterci. È una caratteristica di carattere, diremmo, che nel caso del vescovo negazionista stupisce, a volte, nel caso della preghiera che promette di convertire gli ebrei, dispiace. In questi gesti non cè abbastanza consequenzialità rispetto al fatto storico di aver incontrato lIsraele vivente. Perché bisogna ricordare che se i due Papi citati hanno fatto qualcosa per gli ebrei andando in Israele, anche Israele ha fatto qualcosa per loro. Speriamo di essere compresi: i cristiani preferiscono in genere, dato che i loro correligionari dellarea sono arabi, non menzionare il fatto che Israele ha ristabilito, dove la si era ormai dimenticata, la più piena libertà per tutti i cattolici e i cristiani del mondo di giungere a frotte sui loro luoghi santi, di gestirli, di spaziare senza censure.
Sbaglia il Foglio, giornale sempre interessante, quando dice che elezione e universalismo sono in contrasto: nellebraismo cè tutta la base del moderno universalismo che fa gli uomini eguali. Solo, non cè bisogno di farsi ebreo per accedere al giusto e al buono. Dunque non ricominciamo con levoluzionismo religioso, ha già fatto abbastanza danni. La Chiesa ha il diritto di essere se stessa, di fare i suoi santi secondo criteri che con lebraismo non hanno niente a che fare. Gli ebrei tuttavia hanno diritto a un giudizio storico severo.
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