Come ci cureremo

La pandemia ha scoperchiato i difetti del Sistema sanitario nazionale. E ci ha lasciato una lezione: è ora di dire addio al modello "ospedalo-centrico"

Come ci cureremo

La lezione del Covid «ci sta insegnando che è definitivamente finita la stagione dei tagli in sanità. Dobbiamo investire più risorse e spenderle meglio». Sono le parole pronunciate, non più tardi di una settimana fa, dal ministro alla Salute Roberto Speranza.

Che il sistema sanitario vada corretto non appena la pandemia gli darà respiro, è chiaro a tutti. Ma come? Ovviamente non è tutto da rifare e di sicuro non verranno toccati i tre principi cardine su cui si basa da quando, nel 1978, è stato fondato: universalità, equità e gratuità. L'emergenza Covid ha tuttavia messo a nudo parecchi punti deboli della nostra organizzazione sanitaria (già scricchiolanti da prima) ma per intervenire nel modo giusto bisogna capire di quale servizi avremo bisogno. Ad esempio: in questi mesi ci siamo resi conto che i posti letto negli ospedali non sono sufficienti. Ma ha senso aumentarli? O è meglio reimpostare l'assistenza in modo tale che sia meno ospedalo-centrica e più territoriale? Il nodo sta proprio lì: la medicina territoriale e l'assistenza a domicilio vanno rafforzate, altrimenti non riusciremo mai a non far confluire in ospedale sono i malati gravi.

E ancora: i Lea, cioè i Livelli essenziali di assistenza. Negli anni si sono accumulati e in tanti casi continuano tradizioni mediche, come ad esempio il rimborso delle cure termali, spesso prive di evidenza scientifica. Per di più, stando al IX Rapporto sulla sanità della fondazione Censis, pubblicato da Intesa San Paolo Rbm salute, emerge che 19,6 milioni di italiani non sono riusciti a prenotare prestazioni Lea a causa dei tempi di attesa troppo lunghi e hanno dovuto necessariamente ripiegare sul privato. Anche in questo ambito quindi le cose da correggere sono parecchie.

A entrare nel merito di tutto ciò che c'è da «curare» nel nostro sistema sanitario è il farmacologo Silvio Garattini, fondatore dell'Istituto Mario Negri. Nel suo ultimo libro «Il futuro della nostra salute» presenta un ampio spettro di proposte per rimodellare la nostra salute. Un'analisi lucida, a tratti spietata, e lungimirante che cambierà il nostro rapporto con la medicina. Aggiustando parecchie contraddizioni. A cominciare proprio dai Lea: «Inserire tra i livelli essenziali di assistenza i centri contro la ludopatia continuando a promuovere i giochi d'azzardo attraverso la pubblicità non aiuta a risolvere questi gravi problemi sociali» sostiene lo scienziato italiano.

Il primo passo deve essere culturale: almeno il 50% delle malattie non piovono dal cielo ma siamo noi che ce le autoinfliggiamo con abitudini sbagliate (fumo, alcol, inquinamento, alimentazione). Solo mangiare bene eviterebbe l'80% delle malattie cardiovascolari e il 90% dei casi di diabete, «con interi capitoli della medicina - aggiunge Garattini - che potrebbero essere catalogati nell'ambito delle malattie rare». E con un risparmio notevole per tutto il sistema.

IL RAPPORTO PUBBLICO-PRIVATO

In base ai dati del rapporto Oasi (Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario Italiano) del 2019, il privato detiene il 31% dei posti letto accreditati, minore nei letti per acuti (23,5%) ma simile nelle lungodegenze al pubblico (51,4%). Paradossalmente certi tipi di analisi diagnostiche nelle strutture private costano meno del ticket che si deve pagare nelle strutture cliniche. «Ciò significa - sostiene Garattini - che il Sistema sanitario può ridurre le sue spese imparando dal privato, tanto più non avendo la necessità di fare profitto né di pagare le tasse sul profitto». La proposta è quella di separare il Ssn dal ministero della Salute, che potrebbe esercitare solo una funzione di controllo. Diverrebbe piuttosto una grande fondazione, per poter utilizzare modalità di funzionamento privato senza perdere la rigorosa situazione di non profit tipica del pubblico. Con questo metodo il privato diventerebbe solo una modalità per integrare e non per sostituire ciò che il Ssn può aver difficoltà a realizzare.

PULIZIA TRA I FARMACI

Sono 27 anni, dal 1993, che non viene realizzata una revisione sistemica del prontuario per eliminare i farmaci inutili o per rivedere i prezzi. Il risultato è una babele di prezzi dove farmaci uguali vengono fatti pagare uno il triplo dell'altro. Si calcola invece che le correzioni potrebbero portare gradualmente a un risparmio di 5 miliardi di euro.

MENO OSPEDALIZZAZIONE

La cultura ospedalo-centrica è al tramonto. E la tendenza è quella di ridurre il numero degli ospedali e utilizzarli solo per i malati acuti. Come? Concentrando cardiochirurgie, neurochirurgie, trapianti d'organo e resezioni tumorali in «pochi» centri ad alta densità di interventi. E contemporaneamente rafforzando la medicina territoriale e extra ospedaliera. «La medicina generale va rinnovata - sostiene anche Giorgiò Palù, presidente Aifa -. Aver smantellato i presidi territoriali ha fatto sì che noi, privilegiando gli ospedali, abbiamo perso il contatto con la medicina del territorio. È qui che avremmo dovuto trattare i pazienti Covid e non intasare le corsie degli ospedali. Il medico di medicina generale ha perso la sua connotazione, non visita più ma vede il paziente e, se lo ritiene, lo manda in pronto soccorso e prescrive le ricette. Va invece fortificata la medicina territoriale, va dotata di sistemi diagnostici di primo livello, per svolgere quelle attività che finirebbero per disincagliare l'ospedalizzazione».

GLI ANZIANI DEL FUTURO

C'è chi la chiama sfida, c'è chi lo chiama business. Fatto sta che le specializzazioni mediche del futuro ruotano tutte attorno alla terza età, in aumento sia come numeri di persone sia come aspettativa di vita. «Occorre - suggerisce Garattini - che le specializzazioni mediche si adeguino ai nuovi compiti, che non sono più occuparsi di una sola malattia in un soggetto adulto ma di avere a che fare con le polipatologie degli anziani. Sarà perciò sempre più necessario che l'organizzazione permetta contatti frequenti e continui fra tutti gli specialisti, coordinati dal geriatra, per valutare meglio i trattamenti farmacologici e riabilitativi, evitare l'accumulo di farmaci e la ripetitività degli esami».

ADDIO ACCANIMENTO

La medicina deve cambiare direzione e abbandonare l'accanimento terapeutico, ancora troppo spesso praticato per ragioni di medicina difensiva o per le pressioni (e le minacce di causa legale) delle famiglie. Per questo va potenziata la rete degli hospice per i malati terminali, per realizzare nel modo più morbido e intelligente possibile, la sospensione delle terapie e assicurare la miglior qualità di vita possibile attraverso le terapie antidolore. «Un'adeguata rete di hospice - sostiene lo scienziato - appoggiati alle strutture ospedaliere rappresenta il miglior antidoto al suicidio assistito».

LE CURE ODONTOIATRICHE

L'odontoiatria è quasi completamente al di fuori del Sistema sanitario e rappresenta una spesa pesante per le famiglie con figli. Molti ci rinunciano, salvo i casi di emergenza, perché non possono permettersi il conto del dentista. Eppure occuparsi di denti fa parte della prevenzione perché molte malattie di tipo infiammatorio partono proprio dalla mancata cura dei denti. Andrebbero quindi ampliate le prestazioni odontoiatriche rimborsabili.

VALORIZZARE I MEDICI

Altro che eroi. Lo sono ogni giorno ma sembra che l'Italia se ne sia accorta solo per qualche mese. Roba da primo lockdown. Sono sottopagati e spesso costretti a doppi turni. Eppure i medici sono la chiave di tutto. Senza di loro nessuna riforma del sistema sanitario nazionale sarebbe possibile. Da qui la proposta di Garattini per evitare l'emorragia di camici bianchi prevista nei prossimi anni. Uno: aumentare il numero di laureati in medicina e in altre discipline scientifiche, con particolare riferimento alle specializzazioni. «Più che creare nuove facoltà, è importante rafforzare quelle esistenti, adeguando le strutture alle nuove necessità: prevenzione, malattie dell'invecchiamento, aspetti pratici della medicina territoriale e ospedaliera». Punto numero due: lo stipendio dei medici. Da aumentare. Al momento è fra i più bassi d'Europa se paragonato a Paesi con lo stesso potere d'acquisto. «Questo fatto contribuisce in modo sostanziale al basso costo del nostro Ssn, che si assesta sul 6,6% del prodotto interno lordo contro l'8-9% degli altri Paesi europei». Aumentare lo stipendio dei medici è un segno di rispetto nei confronti di una professione fondamentale (non solo durante la pandemia) e un modo per garantire la qualità del lavoro. «Il sistema sanitario - suggerisce Garattini - potrebbe contrarre polizze assicurative per liberare i medici dalla medicina difensiva, indotta dai continui (e spesso ingiustificati - attacchi alle attività diagnostiche, chirurgiche o alle prescrizioni farmacologiche. Questa copertura genererebbe anche parecchi risparmi perché i medici eviterebbero anche di fare interventi non strettamente necessari con l'unico fine di non essere accusati di omissione».

Un altro punto fondamentale riguarda la professione intramoenia, cioè l'esercizio della libera professione ma all'interno dell'ospedale. «È giunto il momento di abolirla per ripristinare gli aurei principi che hanno permeato la nascita del Sistema sanitario. In questo modo si diminuirebbe anche la migrazione dal sistema pubblico a quello privato».

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