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"Pogacar è un genio e va oltre il campione. La Sanremo vinta è un atto di giustizia"

Il grande ex Beppe Saronni ha scoperto Tadej e come lui era ossessionato dalla classica e la vinse da iridato

"Pogacar è un genio e va oltre il campione. La Sanremo vinta è un atto di giustizia"
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Anche lui, Beppe Saronni, ha dovuto sputare l'anima prima di vincere la Sanremo. Ci riuscì nel 1983, con tanto di maglia iridata sulle spalle, al settimo tentativo e dopo tre secondi posti consecutivi. La corsa che sembrava disegnata per questo prodigioso corridore scaltro e scattante, si trasformò anche per lui in una dolce ossessione, che il fuoriclasse di Parabiago esorcizzò con un cabaret di pasticcini e due bottiglie di bollicine, alla vigilia della Classicissima di primavera.

«Festeggiammo la vittoria prima di correre: questa è la pura verità, che non avrei mai rivelato se fosse andata male. Invece, quella sera, dopo settimane di allenamenti e importanti vittorie come il Mondiale e il Lombardia, arrivammo alla Sanremo consapevoli di aver fatto tutto il possibile per essere il giorno dopo protagonisti. Ricordo che l'idea mi venne lì per lì nel tardo pomeriggio. Leggevo negli occhi dei miei compagni tensione e allora dissi al mio massaggiatore di andare a comprare dei pasticcini e due bottiglie di spumante: questa sera si festeggia! Dissi. Che cosa? Mi chiese. E io guardandolo negli occhi gli risposi: la vittoria di domani. Visto come è andata, ora lo posso raccontare».

Adesso può anche raccontare della liberazione di Tadej Pogacar, questo prodigio del pedale che lei ha portato al professionismo e ha rotto il suo tabù con questa corsa al sesto tentativo e con la maglia iridata sulle spalle: proprio come lei.

«È un atto di giustizia, perché questo ragazzo è un prodigio e non può non entrare nei più importanti albi d'oro della storia del ciclismo. È qualcosa di unico, che ricorderemo per cinquanta/cento anni. Sono atleti di prima grandezza che hanno il potere di avvicinare la gente, anche chi non è esperta di ciclismo. Ma avete visto quanta gente c'era sabato sulle strade della Sanremo? Sembrava di essere tornati ai miei tempi».

Pensava che Taddeo fosse così forte?

«Pensavo di aver ingaggiato un ragazzo dal talento purissimo. Compresi immediatamente che uno così non l'avevo mai visto, anche solo a livello morfologico: gambe poco tornite, sembrano quelle di un ragazzino che si era appena avvicinato al ciclismo. Non sono rigate dalle vene varicose, non sono simbolo di un fisico sofferente. Lui ha il volto della salute, non del dolore. I suoi occhi trasmettono gioia e luce. È unico. Pensavo che potesse essere un campione, ma questo è molto di più».

Gli manca la Roubaix per completare la collezione di Monumenti, per eguagliare Van Looy, De Vlaeminck e Eddy Merckx.

«L'anno scorso, al primo tentativo è arrivato secondo, solo perché nel finale è caduto. Questo può vincere quello che vuole, perché non ha un lato debole. Forte di testa, forte di gambe, forte in salita, forte in discesa, forte allo sprint. È un corridore pazzesco».

Ma lei questo ciclismo le piace?

«È una generazione di fenomeni, guidata da un fuoriclasse assoluto. Van der Poel, Pidcock, Evenepoel, Van Aert, Vingegaard, lo stesso Perdersen, sono atleti che non hanno paura ad esporsi per dare spettacolo. È un ciclismo creativo, poco tattico: per questo sublime. Guardate la Sanremo: per anni a dire che era corsa noiosa, per passisti veloci. Corsa da ripensare. Andava cambiata la mentalità. Se sei un corridore di livello la Sanremo diventa corsa di inebriante bellezza.

Sono i corridori che fanno le corse, non chi è in ammiraglia. Liberate il genio, non incanalatelo nell'integralistica convinzione che le corse si vincono con il tatticismo ossessivo. L'atleta è al centro. Pogacar è in cima».

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