La Cina ora vuole il petrolio nigeriano

Se confermata nelle proporzioni di cui parlava ieri il Financial Times, l'offensiva della Cina ai giacimenti petroliferi nigeriani potrebbe essere la mossa più aggressiva nel quadro della guerra all'approvvigionamento energetico che il gigante asiatico ha sferrato da un decennio a questa parte nel sud del mondo. Guerra combattuta a spese dei diritti umani, dell’ambiente e degli interessi delle multinazionali occidentali.
Trenta miliardi di dollari. Sarebbe questa la cifra su cui si basa la trattativa tra la compagnia di Stato cinese China National Offshore Oil Corp (Cnooc) e il governo di Abuja per acquisire le quote di una considerevole quantità di giacimenti petroliferi nigeriani, tra i più ricchi al mondo. Dall’altra parte delle barricate si trovano colossi del peso di Shell, Chevron, Total ed ExxonMobil, che parzialmente o totalmente controllano i 23 giacimenti che fanno gola al Dragone. Le licenze da rinnovare sono 16, precisa il Financial Times, che cita una lettera inviata il 13 agosto scorso dall'ufficio del presidente nigeriano Umaru Yar'Adua alla Sunrise, rappresentante della Cnooc. Principale compagnia petrolifera cinese, controllata al 75% dal governo di Pechino, la Cnoc è la più grande azienda cinese per fatturato; sarebbe interessata a circa sei miliardi di barili di petrolio, un sesto delle riserve provate della Nigeria, il più grande produttore di greggio dell'Africa subsahariana e il quinto fornitore mondiale degli Stati Uniti.
Il potenziale accordo multimiliardario con Abuja si inserisce nella prospettiva delle relazioni sud-sud che Pechino persegue da tempo e di cui fa parte il progetto di «cooperazione» con numerosi Stati africani e del Sud America. Le due aree dove si rifornisce di materie prime basilari, necessarie per mantenere la sua crescita economica. Nel continente nero Pechino offre prestiti agevolati ai governi, in cambio di minerali e materie prime, ma non crea occupazione e contribuisce solo alla depredazione delle risorse. In America latina la presenza cinese si è rafforzata a dismisura. Le stime sull’ammontare del commercio bilaterale per il 2009 prevedono il raggiungimento di 150 miliardi, nonostante la crisi globale. Gli investimenti più cospicui sono stati fatti nel settore petrolifero col Venezuela di Chavez e il Brasile di Lula.
Il neocolonialismo energetico del Dragone ha in questo momento nel petrolio la sua maggiore mira. Così Irak e Iran diventano partner fondamentali. L’anno scorso la Cnopec ha firmato il primo contratto per lo sviluppo del giacimento di Ahdab, a sud-est di Bagdad, dove quest’anno è stato trovato petrolio. È di ieri la notizia della firma di un accordo con Teheran per lo sviluppo del giacimento di petrolio di South Azadegan. Cifra prevista per gli investimenti: circa 2,5 miliardi di dollari. L'intesa è stata conclusa proprio mentre gli Usa e alcuni Paesi europei cercano di convincere la stessa Cina e la Russia ad appoggiare sanzioni contro la Repubblica islamica.
In questo caso, a differenza della Nigeria, le relazioni economiche di Pechino hanno anche forti implicazioni politiche e militari. Ma non si tratta di un’eccezione. Anzi, in cambio dell’oro nero l’ex Celeste impero è disposto a tutto: petrolio raffinato al regime dei mullah; armi al Sudan delle corti islamiche; appoggio politico e infrastrutture moderne alla Birmania dei militari. E siamo solo agli inizi.