"Dalla Cina a Reggio il futuro sarà local"

Dedem, classe 1962, è un'azienda 100% italiana, che produce e gestisce cabine per fototessera sin dal loro approdo nella Penisola e ha il suo quartier generale ad Ariccia, alle porte di Roma

Dedem, classe 1962, è un'azienda 100% italiana, che produce e gestisce cabine per fototessera sin dal loro approdo nella Penisola e ha il suo quartier generale ad Ariccia, alle porte di Roma. Negli anni il gruppo, che i suoi stessi manager hanno acquistato nel 2018, ha affiancato all'originario core business anche il settore «leisure» - giochi per famiglie in gran parte sviluppati internamente - e quello della stampa 3D. Il tutto con una caratteristica: la produzione è in Italia. Una scelta che, come spiega l'amministratore delegato Alberto Rizzi, ha pagato nei mesi di lockdown.

Come nasce la scelta di affidarvi a una produzione 100% made in Italy?

«È una scelta che viene da lontano. Abbiamo adottato una filiera non solo italiana, ma addirittura locale, per garantirci il massimo della flessibilità e un magazzino molto ridotto. Quando ce n'è bisogno possiamo avere un approvvigionamento in un quarto d'ora di camion».

Come si lega la qualità a una produzione a chilometro zero?

«Con la produzione vicina possiamo correggere subito eventuali errori. Se arriva un container dalla Cina con elementi per le cabine fototessere con un colore sbagliato non c'è la stessa possibilità di intervenire. E poi c'è il valore della tradizione. Pensate ai kiddies rides, i giochi a gettone per i bimbi. A Reggio Emilia c'è un distretto produttivo che era quello dei vecchi mastri giostrai. Noi abbiamo licenze importanti di Warner Bros e Peppa Pig. Dobbiamo essere attentissimi alla qualità, al rispetto del layout e dei colori».

Avete mai provato a sperimentare componentistica non italiana?

«Sì, abbiamo ordinato un paio di lotti, abbiamo fatto delle prove e poi abbiamo detto no grazie, non sono i nostri standard. Forse siamo rimasti legati a una mentalità un po' artigianale, ma in questi tre mesi siamo stati premiati. Nei nostri giochi avevamo un unico elemento prodotto in Cina, una scheda per la diagnostica, un sistema di telemetria che ci dice banalmente se c'è qualcosa che non va. Durante il lockdown ci siamo rivolti alle aziende di Reggio Emilia: in 10 giorni abbiamo trovato il componente e fatto ripartire la produzione. Il costo superiore viene ammortizzato dalla loro maggiore qualità».

Il vostro è un caso unico o c'è spazio per rafforzare la produzione 100% made in Italy?

«Lo spazio c'è, eccome. Parliamoci chiaro: per assorbire il colpo di tre mesi a introiti zero ci vorranno anni. C'è meno liquidità e si ragiona su stock più ridotti. Questo significa economie di scala legate al cash-flow e lotti più piccoli e più frequenti. Una situazione che può favorire il nostro tessuto di piccole e medie imprese e rilanciare un vero made in Italy».

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