C'è stato un anno, una stagione, un giorno, in cui il cinema statunitense ha perso definitivamente la sua innocenza (se mai l'ha avuta). È la calda estate del 1982 e, nelle sale statunitensi, mentre noi italiani giocavamo a vincere i Mondiali, escono, a scandire otto fatidici weekend altrettanti film fantastici E.T. l'extra-terrestre di Steven Spielberg, Blade Runner di Ridley Scott, Tron di Steven Lisberger, Star Trek II - L'ira di Khan di Nicholas Meyer, Conan il barbaro di John Milius che l'ha scritto con Oliver Stone, Poltergeist - Demoniache presenze di Tobe Hooper (ma scritto e prodotto da Spielberg), La cosa di John Carpenter e Interceptor - Il guerriero della strada di George Miller, sequel di Mad Max che, più di quarant'anni dopo, oltre a essere diventati pietre miliari della cultura pop, hanno anche trasformato l'industria cinematografica «aprendo la strada all'era della blockbusterizzazione assoluta». Proprio così scrive Chris Nashawaty, scrittore, montatore e critico cinematografico statunitense nel libro Il futuro era adesso. Genio e follia nell'estate che cambiò il cinema pubblicato da Nottetempo con la traduzione di Stefano Piri.
Registi che hanno dunque contribuito a costruire un ponte «tra la New Wave hollywoodiana degli anni '60 e '70, influenzata dal cinema europeo, e l'era dei kolossal spettacolari inaugurata nei '90. Nel bene e nel male, ciascuno a modo suo avrebbe mostrato all'industria cinematografica una nuova direzione da seguire». Che poi è quella della fantascienza mista al fantasy, figlia diretta della rivoluzione rappresentata cinque anni prima da Guerre Stellari di George Lucas che aveva portato nei cinema qualcosa di completamente nuovo, nessuno infatti sapeva cosa fosse un jedi (al contrario del primo blockbuster della storia moderna, Lo squalo di Steven Spielberg del 1975), con orde di adolescenti e giovanissimi che vedevano e, soprattutto, rivedevano, con amici, e familiari. Una condivisione piena di stupore, quasi infantile, proprio come il cinema più puro deve essere.
Una rivoluzione proveniente da una galassia così lontana che, all'inizio, come succede spesso, non è stata del tutto compresa. L'autore del libro, che ha visto tutti i film in sala quando aveva tredici anni, ricorda come l'accoglienza dei primi due usciti nell'estate dell'82, Blade Runner e La cosa, non sia stata così calorosa, né da parte del pubblico né dalla critica. Sul New York Times, Vincent Canby scrisse: «La cosa di John Carpenter è un film sciocco, deprimente che mescola horror e fantascienza ottenendo qualcosa che non funziona, si qualifica solo come spazzatura istantanea». Il mitico Roger Ebert non fu certo più tenero: «La cosa è un grande film da sacchetto per il vomito». Lo stesso critico, pur riconoscendo che Blade Runner fosse visivamente «sensazionale», lo definì comunque «fallimentare dal punto di vista narrativo». Poi via via negli anni passò ad assegnargli tre stelle su quattro per essere divenuto «uno dei riferimenti visuali del cinema moderno» fino al ravvedimento definitivo nel 2007, dopo l'uscita della versione «Final Cut», con le quattro stelle.
Ma il valore del lavoro di Chris Nashawaty non sta certo solo nel ricollocare criticamente queste pellicole quanto nel raccontarle in maniera completamente nuova, partendo dalla loro genesi finendo con le loro implicazioni nella cultura moderna passando per tutte le complessità di produzione (il libro consta di 312 pagine...). È una storia parallela del cinema americano che, con una prosa particolarmente avvincente e divertita, segnala anche come oggi «la redditività abbia preso il posto della creatività. Il calendario cinematografico si sia trasformato in un'unica, interminabile estate, un gigantesco universo cinematico da popcorn, in cui il popcorn ha perso ogni sapore ed è diventato stantio».
Ma forse qui a parlare è il tredicenne di allora, di quell'estate magnifica, «di stelle nascenti e studi in declino, di matti e battitori liberi, di visionari e villains». La nostra, ovviamente irripetibile, estate bambina.