Telenovela Irpef

Classe media penalizzata. Servono 10 miliardi

Sarà uno dei temi del dibattito politico autunnale, se si dà retta agli annunci il pezzo forte della legge di bilancio 2021: «Rivoluzioneremo l'Irpef», ha dichiarato in più di un'intervista agostana il Ministro dell'Economia Roberto Gualtieri. «Vasto programma», direbbe il generale De Gaulle, di fronte alle dimensioni dell'impegno. E infatti Renato Brunetta non ci crede affatto: la diversità delle proposte avanzate in proposito da Pd, Cinque Stelle e Italia Viva, ha scritto l'ex ministro sul Riformista, dimostra «quanto lontani siano governo e partiti di maggioranza dal poter elaborare una visione politica condivisa, figuriamoci dall'attuarla». Anche Stefania Boffano, avvocato e docente di diritto tributario all'università Bocconi è prudente: «Il tema è sul tappeto da tempo e i discorsi su una riforma non sono una novità. Certo adesso siamo incalzati dalle circostanze, dalla crisi legata all'emergenza Covid, ma un'elaborazione sistematica richiede un lavoro approfondito. Mi sembra difficile riuscirci con una legge di bilancio».

ANDAMENTO INIQUO

Sia come sia, il dado è tratto, e la tassa che da sola garantisce il 40% delle entrate fiscali è sotto la lente degli specialisti. A 47 anni di età (è stata istituita con un provvedimento del 29 settembre 1973 ed entrata in vigore nel 1974) l'Imposta sul reddito delle persone fisiche mostra tutte le sue magagne, con qualche macroscopica distorsione. «La più evidente riguarda la penalizzazione dei redditi medi», spiega Stefania Boffano. «L'aliquota legale passa dal 27% per i redditi tra i 15mila e i 28mila euro, al 38% previsto per la fascia tra i 28 e i 55mila. Un salto di ben 11 punti, enorme, se si considera per esempio che tra i 55 e i 75mila euro si sale solo dal 38 al 41».

Non c'è solo questo: nel corso del tempo l'Irpef ha finito per cambiare volto. Massimo Baldini, docente all'università di Modena e Reggio, insieme a un gruppo di colleghi ha provato a sintetizzare le «anomalie» in un articolo apparso sul sito lavoce.info. «Una tassa come l'Irpef dipende da tre elementi», spiega. «La base imponibile, l'andamento delle aliquote e la struttura delle detrazioni, gli sconti, per così dire, che vengono fatti per tenere conto di questa o quella esigenza». Dal primo punto di vista l'imposta è visto via via erodere la «base» su cui viene calcolata. «Teoricamente è un'imposta generale sul reddito, in realtà, si è andata spezzettando in una serie di regimi particolari. Per esempio dal 2011 sono stati esclusi i canoni per le abitazioni affittate, soggetti alla cosiddetta cedolare secca. Oppure, dal 2019, i redditi da lavoro autonomo inferiori a una certa soglia, la cosiddetta flat tax degli autonomi». Il risultato è che c'è chi arriva a dire che a pagarla sono ormai solo pensionati e lavoratori dipendenti. Di sicuro, aggiunge Baldini, «l'Irpef è diventata più complicata e più distorsiva sulle scelte dei contribuenti. Con l'effetto iniquo che a volte gli stessi livelli di reddito vengono tassati in maniera diversa».

Quanto alle aliquote, il livello, alto rispetto ad altri Paesi, si combina con la giungla delle cosiddette tax expenditures, letteralmente spese fiscali, i già citati sconti concessi in generale (per esempio le detrazioni per le spese mediche o per il mutuo prima casa) o a categorie particolari di contribuenti (vedi anche l'altro articolo in queste pagine). Il mix dei due fattori, spiega Baldini, fa sì che, se si esclude la no-tax area per i redditi sotto gli 8.200 euro, l'aliquota effettiva, quello che i contribuenti versano concretamente allo Stato, sta tra il 27 e il 30% per i redditi sotto i 28mila euro e intorno al 41-43% per i redditi sopra questa soglia.

Comunque la si guardi, non è una situazione in grado di salvaguardare né equità di trattamento tra diversi livelli di reddito, né efficienza economica. Da qui l'esigenza di cambiare. Il problema, naturalmente, è come.

SISTEMA TEDESCO

Secondo le indiscrezioni il ministro Gualtieri e i suoi esperti vorrebbero adottare il sistema in vigore in Germania: una formula matematica che, applicata al reddito del singolo contribuente, determini, secondo un andamento «continuo» e crescente, il suo livello di imposizione, salvaguardando il principio della progressività. Altre idee hanno invece i Grillini e il partito di Matteo Renzi, Italia Viva, che vorrebbero agire su una riduzione delle aliquote, gli «scaloni», che determinano quanta parte del reddito dev'essere versata allo Stato. Oggi sono cinque, potrebbero diventare quattro o addirittura tre, secondo il piano di riforma fiscale presentato da Luigi Marattin, responsabile economico di Italia Viva.

Sono queste differenze di impostazione a motivare la sfiducia di Brunetta sulla capacità del governo di cambiare davvero le cose. Secondo l'ex ministro dei governi Berlusconi la priorità di ogni riforma dell'imposta sul reddito dev'essere una sola: «La pressione fiscale va abbassata per i redditi medi che pagano davvero troppo, non per i redditi bassi che attualmente pagano giustamente nulla o pochissimo».

Non c'è dubbio che, al di là dei meccanismi tecnici scelti, a contare sia alla fine il livello dell'imposizione effettiva. Se, come il governo, ha dichiarato, la possibile riforma dell'Irpef non potrà avvenire a deficit e cioè deve autofinanziarsi, lo spazio di manovra non è molto. Sull'altare del sacrificio i tecnici di Gualtieri hanno messo in prima linea il bonus da 80 euro introdotto da Matteo Renzi che, nel silenzio generale l'ultima legge di bilancio ha elevato fino a quota 100 con un parallelo allargamento della platea dei beneficiari. Ma per non penalizzare i titolari del bonus, con una mano (e cioè con un abbassamento delle aliquote) bisognerà restituire quello che si è tolto con l'altra. E quindi il problema alla fine non sarà risolto. Mancano all'appello 10 miliardi che potrebbero essere recuperati attraverso uno o più interventi sulle giù citate tax expenditures. Tutti i tentativi di disboscare il settore, mettendo ordine nel labirinto di detrazioni e deduzioni si sono infranti contro un muro di legittime esigenze o di resistenze lobbistiche. La strada di cui si parla, che potrebbe aiutare a raggiungere il traguardo, è un classico taglio lineare e generalizzato che, mettendo tutti sulla stessa barca, potrebbe ridurre al minimo le proteste.

SPESE IN AUMENTO

C'è da notare, tra l'altro, che in realtà ai miliardi mancanti di cui si è parlato fin qui se ne aggiungono altri, pare, ai primi conti, una cifra tra i 7 e gli 11 miliardi. L'esigenza di trovare questa bella somma nasce dalla possibile introduzione dell'assegno unico per le famiglie, già approvato alla Camera e a cui la prossima legge di bilancio dovrà provvedere. L'assegno spetterà a tutte le famiglie con figli a carico, dalla gravidanza ai 21 anni. Sostituirà 8 tra bonus e detrazioni oggi sparsi qua e là nella legislazione fiscale, a cominciare dagli assegni familiari. Per dare un beneficio effettivo alle famiglie avrà però un costo supplementare (vedi anche l'articolo nell'altra pagina) e con la nuova spesa per le famiglie dovranno fare i conti i progetti di riforma dell'Irpef.

Anche su questo punto si è appuntata la critica di Brunetta: «La serietà di un progetto sta non solo nella chiarezza della sua visione ma anche nella chiarezza delle sue fonti di finanziamento; che possono piacere o non piacere, ma che devono essere enunciate». Il rischio è che continui la situazione denunciata dalla Corte dei conti durante l'audizione parlamentare per il Documento di economia e finanza relativo al 2020, quella di un fisco regolato da un «susseguirsi di interventi frammentari che hanno introdotto regimi sostitutivi, deroghe ed eccezioni, agevolazioni delle quali non si conosce neppure il costo».

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