
da Venezia
Un film sul divismo, in una Mostra del cinema qual è Venezia, ci sta di diritto. Se poi ci si aggiunge una riflessione su quello che è il mestiere dell'attore, l'interpretare più ruoli e però mai sé stessi, quel diritto si raddoppia, perché, il cinema, si sa, è da un lato la fabbrica dei sogni e dall'altro fa un po' parte della nostra memoria, nel senso che noi siamo anche i film che abbiamo visto, che in qualche modo ci hanno segnato. Se, infine, a interpretarlo è George Clooney, ovvero qualcosa che ancora assomiglia a quello che fu il divismo di un'epoca in cui le "stelle" erano sì inafferrabili perché lontane, ma proprio per questo più vicine alle nostre fantasie, quel diritto è triplicato e, insomma, è alla massima potenza.
Jay Kelly, di Noah Baumbach, ieri in concorso a Venezia, presenta un Clooney in gran spolvero (ma ieri ha saltato la rituale conferenza stampa per una "sinusite"), cui fa da controcanto un Adam Sandler in stato di grazia. Racconta di un attore ancora di successo, ma sul crinale dell'età, quando i ruoli che furono naturalmente i suoi diventano sempre meno e comincia a dubitare, non tanto della propria bravura, ma che abbia avuto un senso mettere il proprio Dio nella carriera. Jay Kelly, infatti, non ha una vita privata, fallito come marito, fallito come padre di due ragazze che ne hanno sempre sentito la mancanza da casa e che alla fine lo hanno ripagato lasciandolo da solo. Non ha nemmeno amici, se si esclude il suo agente: ma si può avere come unico amico chi comunque si prende il 15 per cento di quanto guadagni? In compenso, è circondato da un esercito di guardie del corpo, assistenti, truccatrici, segretarie tutto fare e sono anni che non prende un treno, una metropolitana, non va da solo in un bar, si muove su un jet privato e ogni suo passo è calcolato e, insieme remunerato...
Evitando saggiamente il ron-ron della crisi di identità e del maceramento intellettuale e preferendogli uno stile e un tono da commedia, con alcuni flashback non banali, Jay Kelly permette a George Clooney di fare George Clooney, ovvero un attore che, bravura a parte, ha dalla sua una facilità a essere simpatico, a sembrare simpatico, che poi cinematograficamente è lo stesso.
La scelta di spostare gran parte del film dagli Stati Uniti all'Europa, l'Italia in particolare, dove Kelly/Clooney è invitato per un tributo toscano alla sua carriera, in quel di Pienza, per la precisione, favorisce quel tono più svagato, anche perché, come si dice a un certo punto, "L'Italia è ancora quel paese dove si riesce a essere umani", il che, cinematograficamente parlando, ma non solo, fa parte di come noi italiani, mafia a parte, siamo visti all'estero. Anche se non è vero, fa comunque piacere, mafia a parte.