Colpo gobbo in II A: due furbi in fuga dall’interrogazione

Ero in seconda o terza classe, e il professore di matematica doveva fare un’interrogazione generale. Per interrogazione generale s’intendeva una serie di domande rivolte a più alunni della classe, scelti a caso, così come «cadeva» il suo dito sul registro (perché proprio di cadere si trattava). Egli poneva davanti a sé il registro, con la pagina dell’elenco alfabetico della classe aperta, quindi, alla cieca, vi faceva precipitare l’indice della mano destra...
A un certo punto, dopo che il dito del professore s’era abbattuto su quattro o cinque nomi, un mio compagno si alzò dal banco, e sforzandosi di assumere l’espressione più sofferente del mondo, pregò l’insegnante di farlo uscire dalla classe, perché aveva un «vuoto di stomaco» terribile. Randolfi (chiamiamolo così il professore) credette vere le parole di Rìpoli, e gli permise di andare fuori. A quel punto mi domandai: perché lui sì e io no? Naturalmente non potevo recitare la stessa commedia subito dopo; attesi speranzoso che nei minuti seguenti l’indice di Randolfi non appizzasse proprio il mio nome, quindi mi feci coraggio e calzai anch’io la maschera dell’attore: «Professore, sto male... non so come spiegarmi... », gemetti con volto dolente, e stavo per dire come Rìpoli «ho un vuoto di stomaco», quando ritenni più opportuno non approfittare troppo di quel disturbo, e dissi: «Mi volta lo stomaco». Per il timore di suscitare l’ira del professore (se si fosse accorto che mentivo sarebbe diventato un animale feroce) credo che impallidii per davvero, a tal punto da impensierire Randolfi, che addirittura si alzò dalla cattedra e mi accompagnò (anzi mi sorresse) fuori dall’aula.
Nel corridoio, io e Rìpoli ci abbracciamo e ballammo una specie di tarantella, scoppiando in una risata e considerandoci i più furbi studenti della II (o III) A.
Ma ecco la Nemesi sotto forma di una bidella: «Che ci fate qua, voi due?». E noi a recitare di nuovo la commedia del malato immaginario. «Quand’è così vi porto in infermeria». \
Rìpoli e io avevamo un sacro terrore dell’infermeria, ma io, io soprattutto l’avevo. \ Così eravamo sul punto di confessare il nostro inganno, di ritrattare tutto, quando la bidella pensò di condurci prima in direzione. \
A «guardia» della presidenza c’era Martinelli, rigido come un corazziere, il che - se possibile - aumentò la nostra paura.
Ma per fortuna quella mattina era una mattina speciale, una mattina propensa all’inganno; nell’aria doveva esserci qualcosa che rendeva le bugie credibili, perché il preside, ascoltato il nostro racconto, partecipò tanto al nostro dolore da inviare subito la bidella al bar di fronte alla scuola, a prendere rispettivamente: per il mio amico sofferente di vuoto di stomaco, un cappuccino fumante e un cornetto; e per il sottoscritto, sofferente di «voltamento» di stomaco, un... rabarbaro San Pellegrino. Il rabarbaro San Pellegrino era (dico era perché mi pare che non sia più in commercio) la cosa più amara di questo mondo, una bevanda degna del Fernet Branca, il fiele in bottiglietta. Così, mentre il bugiardo Rìpoli inzuppava il suo cornetto nel latte e caffè, il bugiardo D’Orta mandava giù il veleno.

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