La comica mostruosità dell'occupazione sovietica

Torna un classico dimenticato di Alexandra Orme che sperò (invano) che i russi liberassero l'Ungheria

Per essere stata una rinomata scrittrice di bestseller internazionali, oltre che una gran dama del cosmopolitismo, è relativamente difficile reperire notizie su Alexandra Orme (1910-1975). Certo, i suoi libri, quali Come sopravvivere all'occupazione sovietica o Paris Original o By the Water of Danube (gli ultimi due mai tradotti in italiano), raccontano molto, direttamente o indirettamente, della sua biografia. Ma narrazioni «esterne» sono più rare e rarefatte. Alla fine, Alexandra probabilmente condivideva l'opinione diffusa nella nobiltà britannica: «Una gentildonna finisce sul giornale solo tre volte nella vita: quando nasce, quando si sposa e quando muore». Detto questo, mettiamo assieme quello che è possibile mettere assieme dell'autrice, prima di parlare del libro più noto e appena ripubblicato in Italia: proprio Come sopravvivere all'occupazione sovietica (Oaks, pagg. 262, euro 24). Il vero nome di Alexandra era Litka Liphard e vantava tutti i quarti di nobiltà necessari nonché l'aspetto, dati i suoi grandi occhi azzurri, il naso perfetto e il fisico che un giornalista americano definì «da levriero» - per sposare, nel 1931, in prime nozze, Jerzy, un barone polacco del casato dei Romaszkan. Fu proprio con il primo marito, già ammalato di tubercolosi, che Litka abbandonò la Polonia, dove possedevano vaste proprietà terriere, nel 1940. La Gestapo dava loro la caccia e riuscirono a filarsela solo perché un amico scultore prestò loro (ovviamente senza speranza di rivederla) la sua macchina sportiva. Così Litka, i suoi tre cani, e il barone Romaszkan raggiunsero Budapest che, all'epoca, appariva loro come un porto sicuro nella procella della seconda guerra mondiale. Col senno di poi è facile dire quanto non lo fosse, ma i dolori di Litka iniziarono prima, con la morte del marito troppo provato dalla malattia per sopravvivere in un campo profughi.

Dovendo trovare un modo di sostentarsi fece la traduttrice per la Croce rossa e, sfruttando uno dei suoi molti talenti, la disegnatrice in una fabbrica tessile. Litka però attirò ben presto le attenzioni di un nobile ungherese, Kari de Barcza (chiamato in famiglia Babar, come l'elefantino dei fumetti, a causa della strepitosa altezza). Il risultato fu prima un corteggiamento che i due definivano tempestoso, senza entrare nei dettagli, e poi il matrimonio nel 1944. Con l'imperversare della guerra il marito abbandonò la sua attività di direttore di grandi zuccherifici - era stato anche vicepresidente dell'Unione degli industriali ungheresi. La nuova coppia si trasferì nella proprietà in campagna di uno dei fratelli di Kari, sembrava la scelta più sicura, visto che anche De Barcza non riusciva a stare simpatico alla Gestapo. E proprio nella antica dimora di Mora, dove erano rifugiati con parenti e amici, li colse la «liberazione» da parte dell'Armata rossa di cui diremo qualcosa di più parlando strettamente di Come sopravvivere all'occupazione sovietica. Appena fu possibile, Litka e Kari, con i figli, fuggirono dall'Ungheria e ripararono prima in Italia, ad Amalfi, poi in Svizzera, a Parigi e infine negli Usa. All'inizio ebbero una vita molto precaria, fortunatamente aiutati dal fatto di parlare entrambi correntemente cinque lingue. Litka trovò impiego come cuoca, istitutrice e poi come insegnante di francese a Oshkosh nel Wisconsin. Poi, con i guadagni proprio della pubblicazione di Come sopravvivere all'occupazione sovietica, avvenuta nel 1950 per gli Usa mentre la versione italiana per i tipi di Longanesi è del 1948 e quella francese del 1949, i De Barcza riuscirono a comprare una fattoria nel Maryland, dove ebbero una vita felice, a quanto è dato di sapere, sino alla morte di Kari de Barcza nel 1963.

Litka, ma che ormai per i lettori era Alexandra Orme, tornò poi in visita in Polonia: «È un inferno per il regime, un paradiso per com'è la gente». Di fatto aveva una gran voglia di tornare a sentire di continuo la sua lingua madre, e decise di trasferirsi là nel 1973. Senza clamore e forse senza nemmeno che le autorità si accorgessero del suo vecchio antisovietico libro, vantaggi degli pseudonimi e dei tanti cognomi. Ma occupiamoci di un pezzo della vita di Alexandra Orme che, invece, è possibile conoscere bene, ovvero quello compreso tra il 22 dicembre 1944 e il 27 marzo 1945.

Con una scrittura nitida, precisa e misurata, figlia di un'educazione raffinata, Alexandra descrive, in Come sopravvivere all'occupazione sovietica, tutto quello che succede, a partire dal momento in cui il fronte si avvicina al castello di Mora e le truppe tedesche si preparano alla ritirata. L'intenzione dei residenti è quella di «offrire un banchetto ai primi russi che arriveranno». Del resto tutti vogliono solo e soltanto una cosa... Essere liberati dai nazisti. Ma l'arrivo dei sovietici è diverso da come se lo sarebbero aspettato. Invadono il castello come qualunque forza occupante. Ma quello che lascia basiti i ricchi e colti residenti è che siano poco più che un'orda, in cui il caos regna sovrano. C'è il tenente che pretende di essere chiamato capitano, il capitano che urla di essere un generale, un gruppo di ufficiali ben puliti che rifiuta di farsi offrire dei montoni per mangiare «perché non sono tedeschi, loro, da prendersi la nostra roba», ma intanto un altro ufficiale, chissà perché, si è rubato delle staffe da una sella. I soldati, quando non sono ubriachi, di norma non sono cattivi, ma sono come bambini: «Sono quasi tutti occupati a smontare qualcosa, chi un fucile, chi la radio, chi il barometro. La loro passione è smontare. Ancora tutti sporchi ed ansimanti, prima ancora di essersi lavati, nutriti, riposati, stanno già smontando tutto ciò che cade loro nelle mani». Andrà avanti così per settimane, con soldati che rompono per disattenzione soprammobili che, a rubarli, potrebbero fruttare un sacco di soldi. Alexandra che è mezza polacca quindi slava - «sembra che nella loro testa il panslavismo abbia fatto molta più presa del comunismo» - è quella che riesce meglio a intendersi e a farsi relativamente rispettare. Quello che capisce immediatamente è che, compresi molti degli ufficiali, i suoi «ospiti» sanno pochissimo del mondo e che il comunismo, prima, e la guerra, poi, li hanno proiettati alla velocità della luce da una sorta di lungo medioevo a un presente che non sanno decifrare. C'è quello che vuole fare del mondo un grande kolkhoz, «speriamo che dopo questa guerra ci sia pane per tutti», quello che racconta di essere un professore ma non sa leggere, quasi tutti hanno protesi metalliche al posto dei denti. Molti si rasano perfettamente ma pochi si lavano, tanto che la Orme nota, malignamente, che servirà un secondo piano quinquennale per la cura della parte bassa del corpo, visto che il primo è bastato solo per il viso.

Lo scontro di mondi che avviene nel castello di Mora è raccontato con amorevole perfidia dalla scrittrice, e non senza un elegante tocco di ironia. «Una situazione paradossale si è creata: mentre noi ci sforziamo di convincere i russi che siamo lavoratori indefessi e che apparteniamo al ceto degli operai o dei contadini, mentre mostriamo con fierezza le mani callose e le unghie sporche, essi cercano, con pari sincerità, di convincerci che sono nipoti di marescialli, solisti d'opera, direttori di fabbrica». Dietro questa baraonda, rozza, incolta, ma non motivata al male, almeno nella sua maggior parte, però c'è anche qualcos'altro. C'è la sorveglianza del regime, i continui interrogatori, per dare la caccia al fascista, che non è il seguace di Hitler e Mussolini, è chiunque possa essere considerato un avversario dello stalinismo. Ovviamente, Alexandra, con il suo passato di viaggi e di plurilinguismo, sembra agli ufficiali dei servizi e ai commissari politici il ritratto perfetto della spia internazionale. Riuscirà più volte a sfuggire per i capelli a interrogatori demenziali, ma potenzialmente mortali. Alla fine non tutti avranno la sua stessa fortuna, anche tra i suoi parenti. L'epilogo del volume è tragico.

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