Compagni, è giunta l’ora dell’empowerment

Tu chiamale, se vuoi, e-mozioni. La guerra per la leadership del Pd tra Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino si combatte con pallottole di carta, virtuali. Insalate di erbavoglio, coi soliti ritornelli in politichese («occorre, dobbiamo, solo così»), neanche mezzo «faremo», citazioni alte, inglesismi e qualche colpo basso.
Il primo ad esibirsi è stato il reggente del Pd, l’uomo che ha spacciato per trionfo la batosta alle amministrative. Franceschini ha dovuto spendere 12mila parole per convincere i suoi a dargli fiducia nonostante il -7%. Non si può dire che abbia il dono della sintesi, ma quello dello humour decisamente sì. «La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni». Leggere questa frase dopo l’auspicio al Corriere della Sera («Questa legislatura finirà presto», eccetera) fa ridere, anche perché nella mozione si augura «la stabilità politica e dei governi» mentre il suo «amico-nemico» Bersani, come anticipato dal Riformista, pensa già al «banco di prova delle Regionali 2010» e all’esperimento «su basi programmatiche di larghi schieramenti di centrosinistra, alleanze democratiche di progresso alternative alla destra». Alè. Diciamolo, Franceschini è più diretto: «Noi vogliamo che l’Italia faccia proprio il programma della presidenza svedese dell’Unione europea», che è notoriamente sul comodino di ogni italiano. Anche sull’economia, parole chiare: «L’Italia è la risorsa dell’economia italiana». Per non sfigurare con Ignazio Marino, SuDario ha sciorinato un po’ di inglesismi come «checks and balances, empowerment, governance e green economy» neanche avesse studiato negli Usa, e un Pantheon personalissimo, da Victor Hugo a Sonia Gandhi passando per David Maria Turoldo, il poeta friulano «coscienza inquieta della Chiesa». No, no. Lui è per la politica vecchio stile, e quando uno inizia «ad amare la politica a 16 anni, in una assemblea studentesca» che - giura - non potrà «mai dimenticare» e poi a 20 anni finisce «in Consiglio comunale» (e non per il padre deputato Dc, eh!) si capisce perché «bisogna spazzare l’idea superficiale che si possano avere responsabilità politiche senza un percorso di preparazione e di studio che comincia dal basso, dalla gavetta». Che detta così suona come una «cazzata», per dirla alla maniera della navigatissima neo europarlamentare della sua scuderia, Debora Serracchiani.
Meno male che c’è Bersani, che come Marzullo si fa una domanda e si dà una risposta, sempre la stessa. Abbiamo perso le elezioni? Colpa di Veltroni e del «nuovismo politico». Il partito non esiste? Colpa di Veltroni e della sua «suggestione mediatica». Gli elettori fuggono? Ovvio, sempre colpa di Veltroni, che non ha costruito «un’organizzazione plurale e aperta». Già, ma lui dov’era, si è chiesto pubblicamente Walter. Su Marte? Macché: lui è tornato «nei luoghi in cui si suda, si fatica e si produce, ad ascoltare chi intraprende e chi rischia in proprio». Tutto il resto? Aria fritta. Le sue ricette su welfare, bipolarismo, bicameralismo, fisco, immigrazione, conflitto d’interessi sembrano scritte col ciclostile di casa Franceschini. All’ex ministro va riconosciuta una discreta sintesi (appena 6.432 parole, gettonatissime «Italia», «noi», «lavoro», «riforme» e «riformisti», «nuovo» e affini), tanto che nella fretta di vergare si è dimenticato di Veltroni (ma non di Prodi, ed è stato l’unico...), Obama, Berlinguer, Gramsci e via sinistrando. La sua ossessione, tutta dalemiana, è il partito (evocato 50 volte), le regole chiare sul tesseramento, il radicamento, la militanza. Vuole disinnescare la veltroniana, e dunque «insensata contrapposizione tra elettori e iscritti» ed evitare «plebisciti o distorsioni», ed evidentemente è attento, quasi ossessionato da «entrate del tesseramento e delle feste, rimborsi elettorali, contributi degli amministratori e statuti». Chi c’è c’è, perché «il pluralismo interno è una ricchezza irrinunciabile e un motivo di orgoglio». La cassa è lì, in fondo.
Ma guai a sottovalutare Ignazio Marino. Nel suo discorso di ieri a Milano, il chirurgo che ama la laicità e l’eutanasia ha affondato il suo bisturi nelle piaghe del Pd con una perfidia lucidissima. Prima ha evocato il veltronismo («Fondato il Pd, abbiamo proclamato a voce alta e con convinzione che ogni traguardo può essere raggiunto», yes we can oh yeah) poi ha annegato la vocazione «ma anchista» a colpi di Vangelo («Il sì è sì, il no è no, tutto il resto è del maligno»). E ai suoi avversari dall’indignazione antiberlusconiana facile ha rinfacciato il ricorso alle correnti interne, il nepotismo nelle Università, i guasti della giustizia e i giochetti sulla Rai «solo per poter nominare un direttore o un vicedirettore». Lui si sente ancora quel precario (di lusso...) che negli anni Ottanta andò negli Usa senza una lira perché sapeva che «la libertà e anche l’opportunità di migliorare posizione e stipendio dipendevano da me». Una frase che se la dici in Italia ti danno, come minimo, del berlusconiano.
felice.manti@ilgiornale.it

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