Gentile Direttore Feltri,
leggo che alla Biennale Arte 2026 gli artisti russi e israeliani potranno esporre ma non vincere premi, a causa delle accuse rivolte ai loro governi. In un clima internazionale così teso, lei ritiene condivisibile una scelta del genere o siamo di fronte a una deriva della cultura?
Francesco Montanari
Caro Francesco,
più che una deriva, direi una resa. La resa della cultura alla politica, dell'arte alla propaganda, del giudizio estetico al tribunale ideologico. E non è un bel vedere. La decisione della giuria della Biennale, ossia quella di lasciare entrare gli artisti ma precludere loro i premi in base al passaporto, viene presentata come atto di responsabilità morale. In realtà è un cortocircuito logico e civile. Non siamo davanti a una sanzione di diritto internazionale, non c'è una sentenza che colpisca quelle persone, non c'è un provvedimento che riguardi gli individui. C'è una scelta discrezionale di un organismo culturale che decide di applicare un criterio politico a ciò che politico non dovrebbe essere: il valore di un'opera. Pongo una domanda semplice: da quando in qua si giudicano quadri, installazioni, performance in base alla nazionalità dell'autore? E soprattutto: da quando la responsabilità di un governo si trasferisce, per osmosi, sull'artista che con quel governo non
ha nulla a che vedere? Perché questo è il punto che molti fingono di non vedere. Si giudica un artista non per ciò che fa, ma per ciò che è, o meglio, per il Paese da cui proviene. È una scorciatoia morale che fa sentire virtuosi senza assumersi il peso della coerenza. Perché se davvero si volesse trasformare la Biennale in un tribunale etico, allora bisognerebbe avere il coraggio di applicare lo stesso metro a tutti, senza eccezioni, senza simpatie e antipatie geopolitiche. Invece si procede a selezione, come sempre: alcuni Stati diventano impresentabili, altri restano immuni. Non è giustizia, è arbitrio. Il risultato è paradossale. All'artista si dice: ok, puoi partecipare, puoi esporre, ma non puoi essere premiato. In altre parole: sei già stato escluso dalla competizione prima ancora di essere valutato e qui non sarai che tappezzeria. Sei già stato valutato e non per il tuo lavoro, bensì per il tuo passaporto. È difficile immaginare un modo più elegante per introdurre una discriminazione
senza chiamarla con il suo nome. Qualcuno obietterà che si tratta di una presa di posizione simbolica. Benissimo. Ma anche i simboli hanno un significato, e questo è piuttosto chiaro: l'arte non è più uno spazio libero, ma un luogo in cui si distribuiscono patenti di legittimità. E quando la cultura comincia a stabilire chi è degno e chi no in base a criteri estranei all'arte, smette di essere cultura e diventa uno strumento. Non difendo governi, non assolvo nessuno. Difendo un principio molto più elementare: la responsabilità è individuale, non collettiva.
E l'arte, se vuole avere ancora un senso, deve restare uno dei pochi ambiti in cui l'individuo è giudicato per ciò che crea, non per il timbro sul suo documento.Se questo principio salta, non abbiamo reso il mondo più giusto. Lo abbiamo solo reso più ipocrita.