Coop, manager-pentito svela gli stipendi d’oro

Caso Unipol, speculazioni, corsa al profitto: l’ex dirigente Mario Frau rende pubblici in un libro i segreti dell’organizzazione dove ha lavorato per 25 anni. I presidenti delle grandi sedi guadagnano fino a un milione l’anno e non vanno in pensione

Coop, manager-pentito svela gli stipendi d’oro

Le coop sono organismi geneticamente modificati, centri di potere politico ed economico lontanissimi dai principi ispiratori, governati da una casta oligarchica slegata dai soci e alla ricerca del profitto a tutti i costi, al pari di una qualsiasi altra società. Non lo scrive Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, in una riedizione di Falce e carrello ma un ex manager coop, Mario Frau, in un libro appena pubblicato dagli Editori Riuniti intitolato La coop non sei tu.

Frau ha lavorato nel movimento cooperativo per 25 anni, è stato consigliere delegato della piemontese Novacoop e membro della Direzione nazionale dell’Ancc, il massimo organo di governo del sistema. Nel 2006 ha dato le dimissioni, nauseato - spiega - da «una gestione troppo personalistica del presidente», da «operazioni immobiliari di stampo speculativo come la Spina 3 di Torino» e dall’assalto alla Bnl condotto dall’Unipol di Giovanni Consorte assieme ai «furbetti del quartierino».

Frau parla di contraddizioni, trasformazioni e degenerazioni avviate negli Anni ’80, gli anni degli spot con il Tenente Colombo, dei primi ipermercati e della finanziarizzazione del sistema. In origine, le coop garantivano ai soci servizi e prodotti a prezzi bassi e se chiudevano i bilanci in utile ne distribuivano loro una parte. Oggi invece questo «ristorno» è quasi inesistente (nel 2007 Coop Adriatica e Coop Estense hanno restituito lo 0,3 per cento del fatturato), gli utili vengono incamerati per aumentare il patrimonio e raramente i prezzi sono più bassi rispetto alla concorrenza.

Con il «prestito sociale», certifica Frau, nel 2009 le «nove sorelle» coop hanno raccolto 12 miliardi e 110 milioni di euro, una somma quasi pari al giro d’affari complessivo: l’attività finanziaria ha raggiunto quella della distribuzione alimentare. I supermercati sono filiali di una banca mai autorizzata da Bankitalia, sottratta ai relativi controlli e soggetta a un regime fiscale di favore, con investimenti in prodotti finanziari e partecipazioni in società del sistema Legacoop. La cosiddetta tutela del risparmio è in realtà un’attività finanziaria a fini di lucro, che distribuisce briciole ai soci e determina un sistema di concorrenza sleale verso le banche e le altre catene distributive, le quali per crescere devono indebitarsi a costi largamente superiori.

«Lo spirito di solidarietà e mutualità è stato sacrificato per sposare la logica del mercato, della competizione e del profitto alla pari delle imprese di capitale - dice Frau - con la differenza che queste ultime pagano le tasse sul 100 per cento degli utili, mentre le coop soltanto sul 55 per cento. Nonostante la Costituzioni tuteli la «funzione sociale» e il «carattere di mutualità e senza fine di speculazione privata», le coop non svolgono più da tempo tali funzioni avendo scelto di operare sul mercato inseguendo il profitto e la speculazione in tutti i campi dell’economia: dalle assicurazioni (Unipol e Aurora) alla grande distribuzione (marchi Coop e Conad), dal settore immobiliare e abitativo a quello delle grandi opere infrastrutturali, fino alla raccolta del risparmio su vasta scala».

Il collateralismo con Pci-Psi-Pds-Ds con le annesse corsie preferenziali nell’ottenere le autorizzazioni ha garantito privilegi e creato una distorsione del mercato, «muri antistorici» e «barriere all’entrata». Collateralismo politico, riduzione dei benefici per i soci, vantaggi fiscali, raccolta del risparmio, regole interne che blindano contro qualsiasi ipotesi di scalata: ecco i pilastri che hanno consentito alle coop di occupare grandi spazi commerciali, sfruttando sia i vantaggi dell’economia di mercato sia quelli esclusivi delle società cooperative.

A ciò si aggiunge la casta degli intoccabili formata dai manager, con relativi stipendi: i presidenti delle grandi coop stanno nella fascia tra i 500mila e il

milione di euro annuali, più i bonus che loro stessi si sono attribuiti come indennità di uscita. Anche se, invece di andare in pensione, spesso restano alla guida di società minori che assicurano gettoni e benefit vari.

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