La coppia gay e i diritti negati ai figli

di Vincenzo Vitale

Nulla è più prezioso, per ogni uomo, della libertà, come ben sanno coloro che ne siano stati privati nei regimi totalitari. È perciò naturale che ciascuno di noi sia geloso della propria libertà e voglia fare di tutto per difenderla ed espanderla.
Si capisce allora che autorevoli commentatori, come per esempio Anna Maria Bernardini De Pace, abbiano con grande decisione difeso l'iniziativa di due ragazze italiane, Sara e Margherita, le quali, innamorate, hanno pensato bene di recarsi in Danimarca, ove una delle due si è fatta inseminare artificialmente, per poi tornare in Italia, dove finalmente è nato un bel bambino con due mamme, ma senza alcun papà. Per la precisione: questo bambino avrà una mamma biologica conosciuta, una seconda «mamma» psicologica non molto bene conosciuta, un padre biologico del tutto sconosciuto e un padre psicologico inesistente.
Non c'è male, come si vede; a parte, naturalmente, la gran confusione fra persone, ruoli familiari e aspettative psicologiche derivanti dall'amore fra due lesbiche.
Tutto bene, allora? Non proprio, dal momento che Sara e Margherita, pur volendo in buona fede proporsi quali alfieri della libertà, non hanno saputo tenere in debito conto le dimensioni più vere di questa stessa libertà.
Limitiamoci, per brevità, a una sola considerazione: rimane infatti la grande sorpresa relativa alla totale assenza di qualunque valutazione della libertà dell'altro soggetto coinvolto in questa spericolata operazione, vale a dire il nascituro.
Di lui, delle sue attese normali, delle sue speranze, e soprattutto dei suoi diritti naturali di libertà nessuno sembra essersi preoccupato: neppure le sue due «mamme».
Certo, queste hanno soddisfatto un loro desiderio concretizzandolo in un bambino definito «frutto di amore e coraggio». E tuttavia si stenta a capire questo amore e questo coraggio in quanto non sanno fare i conti fino in fondo con la libertà del bambino e con i suoi diritti: il primo di questi diritti è sicuramente quello di avere un padre maschio e una madre femmina. Si tratta di un diritto naturale non negoziabile, anche perché nessuno può sperare mai di chiedere al nascituro se per caso intenda rinunciarvi e per qual motivo, come del resto nessuno saprà mai se per caso abbia egli voglia di nascere o no.
Insomma, la questione è di disarmante semplicità, quanto di esigente urgenza: nessuno potrà mai affermare di godere di un diritto a scegliere su questi temi così delicati e personalissimi, nel nome e per conto di un altro soggetto umano, quale senza dubbio il nascituro va considerato. E allora, delle due l'una. O il bambino che nascerà viene reputato un semplice prodotto biologico che, come tale, è del tutto rimesso nella disponibilità piena e incondizionata dei soggetti che lo producono con tecniche varie, i quali possono farne ciò che vogliono e perfino decidere che questi debba avere due mamme e nessun papà. Oppure, il bambino è da reputare un essere umano a tutti gli effetti e allora, proprio nel nome di quella libertà che le due donne intendono sventolare come vessillo, nessuno potrà arrogarsi il diritto di scegliere, per conto di lui, se egli debba avere o no un padre.
Una terza soluzione non c'è. E il bello è che la protezione del bambino e dei suoi diritti trova fondamento proprio in quella libertà che viene sbandierata come bene supremo e intoccabile, la quale, se c'è, c'è anche per lui. Bisogna essere realisti, prendendo la libertà sul serio e non come un feticcio ideologico.

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