«Così affrontiamo la crisi degli atenei»

Roma«Un provvedimento organico, che affronta in maniera seria e coraggiosa i problemi dell’università italiana, per dare maggiore peso a un’istituzione fondamentale del Paese e anche rispondere alla crisi». È una sfida da far tremar le vene e i polsi quella lanciata dal ministro Mariastella Gelmini con la riforma dell’università allo scopo di risollevare il sistema italiano precipitato da anni in fondo a tutte le classifiche internazionali.
Due le parole chiave della riforma: «autonomia e responsabilità». L’università dovrà essere governata con criteri meritocratici e in modo trasparente. Basta con i finanziamenti a pioggia, «a prescindere» da qualsiasi risultato. E basta pure con i baronati e le dinastie universitarie, con le cattedre che passano di padre in figlio. Il Consiglio dei ministri ha varato ieri il pacchetto di interventi messi a punto dalla Gelmini: un ddl che arriva in Parlamento non «blindato» ma con la disponibilità del governo al confronto in aula. Comunque il ddl ha già incassato il parere positivo della Conferenza dei rettori (Crui). La riforma Gelmini, dice il presidente della Crui, Enrico Decleva, rappresenta «un’occasione fondamentale e irripetibile per chi ha a cuore il recupero e il rilancio dell’università italiana».
La Gelmini affiancata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti (che si confonde e la chiama Brambilla) annuncia «tolleranza zero per gli atenei in dissesto finanziario». Chi va in rosso sarà automaticamente commissariato. Tutti gli atenei dovranno avere bilanci in ordine e a chi gestirà i fondi in modo non trasparente verranno tagliati finanziamenti mentre verranno premiati gli atenei virtuosi. I docenti avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione. Per la prima volta viene stabilito un riferimento per l’impegno dei professori: 1.500 ore annue di cui almeno 350 destinate alla docenza e al ricevimento degli studenti. Niente più scatti automatici: se non si pubblicano lavori di interesse internazionale si resta fermi al palo anche economicamente.
Per limitare lo strapotere dei baroni la Gelmini impone l’adozione di un codice etico «per evitare incompatibilità e conflitti di interesse legati a parentele». Il mandato dei rettori non potrà superare gli otto anni. Fissata una distinzione netta tra Senato, organo accademico che avanzerà le proposte di carattere scientifico, e consiglio d’amministrazione, con funzioni di amministrazione e programmazione e soprattutto responsabilità della spesa.
Il cda sarà composto al 40 per cento da membri esterni. Sarà prevista una presenza qualificata di studenti negli organi di governo che avranno anche il compito di valutare il funzionamento degli atenei e il lavoro dei professori. Il giudizio degli studenti peserà sulla valutazione finale e dunque sull’attribuzione dei fondi da parte del ministero.
Dimezzati i settori scientifico-disciplinari che oggi sono 370 mentre le facoltà potranno essere al massimo 12 per ateneo.

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