Così si uccide di nuovo un italiano

Così si uccide di nuovo un italiano

A volte, c’è più politica nel Tuttocittà che in tutti gli atti di una legislatura. Questa, è una di quelle volte. Il consiglio comunale di Genova dice di no all’intitolazione di una via a Fabrizio Quattrocchi, un suo cittadino ammazzato dai terroristi islamici, spirato dicendo: «Vi faccio vedere come muore un italiano».
In fondo, è la stessa città che ha dato i natali a Enzo Tortora. E che non ha una via, una piazza, un vicolo o una calata dedicati ad Enzo Tortora.
In fondo, è la stessa città il cui consiglio comunale ha deciso di dedicare un cippo a Carlo Giuliani, peraltro senza particolari qualifiche in calce, se non «ragazzo». Del resto, visto che ci tenevano tanto a omaggiarlo con la toponomastica, cosa dovevano scriverci sotto? «Giovane morto tragicamente mentre stava dando l’assalto a una camionetta dei carabinieri con un estintore»? Oppure «Morto nell’adempimento del dovere»?
In fondo, è la stessa città che manderà in Parlamento per votare la fiducia a un ipotetico governo Prodi-bis la mamma di quel «ragazzo», che entrerà in Senato il giorno dell’anniversario della morte di suo figlio. Che, da morto, meriterebbe pietas. Anche e soprattutto da parte di alcuni dei suoi fans.
In fondo, è la stessa città il cui sindaco diessino Pericu non si era sentito in dovere di andare ai funerali di un suo concittadino, Fabrizio Quattrocchi, morto tragicamente in Irak, ammazzato dai terroristi islamici. Una scelta censurata persino dal direttore del Manifesto Gabriele Polo. Una scelta che un galantuomo diessino come l’ex sottosegretario agli Esteri Umberto Ranieri ha bocciato «dopo aver visto il filmato della sua morte, ma anche prima».
Sarà il mare, sarà il vento, sarà il clima fantastico: 17 gradi, ieri. Ma, evidentemente, Genova non è una città normale di un Paese normale. Non da oggi, certo; gli eccidi dopo il 25 aprile, i moti dell’estate Sessanta, la nascita delle Br, il rapimento di Mario Sossi, l’uccisione di Guido Rossa, il G8: c’è una lunga striscia rossa che attraversa come un virus questa splendida città. Un cortocircuito che fa saltare ogni energia di normalità.
Perché c’è, ci deve essere, un cortocircuito di qualche tipo in un posto dove si invertono i ruoli, dove si fanno i cippi a chi è morto rischiando di ammazzare dei carabinieri e si dimentica chi è morto ammazzato dai terroristi urlando l’orgoglio per il suo Paese. Perché c’è un cortocircuito di qualche tipo in un posto che nega una via a un eroe genovese, dopo che le amministrazioni di mezza Italia gliel’hanno data, da Milano ad Assisi, comprese quelle guidate dal centrosinistra: Walter Veltroni, a Roma, ci ha messo poche ore a decidere che Fabrizio Quattrocchi meritava una via; Rosa Russo Jervolino, a Napoli, solo qualche giorno in più. A casa sua, niente.
Ieri, in consiglio comunale di Genova, si è sentito riparlare di Quattrocchi mercenario, o giù di lì. Cortocircuito, black out.
Poi, un giorno apriremo il Tuttocittà di Genova e non troveremo via Quattrocchi. Ma sapremo alla perfezione dov’è cippo Giuliani.

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