"Che ci sia un impatto economico è inevitabile: lo hanno già segnalato il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea correggendo al ribasso le stime di crescita. Tuttavia, prima della crisi del Golfo Persico il quadro era positivo, quindi, parliamo di un rallentamento e non di una brusca frenata". Lo ha affermato Paolo Vassalli (Eurizon Capital) nel corso del Cnpr forum speciale Tecnologia e demografia: cosa potrebbe influenzare i mercati finanziari nei prossimi anni.
Secondo Vassalli, "gli Stati Uniti appaiono meglio attrezzati ad affrontare questa fase grazie alla forza della domanda interna, agli investimenti elevati e alla minore dipendenza energetica. Anche oltreoceano, però, il rialzo del prezzo della benzina inizia a farsi sentire".
Una stima più dettagliata arriva da Luca Finà (Generali Investments). In uno scenario base, con ritorno alla normalità nelle prossime settimane, la crescita globale si ridurrebbe dello 0,4% rispetto alle previsioni precedenti al conflitto. Gli Stati Uniti resterebbero l'area più resiliente con una crescita del 2,1%, mentre l'Europa si fermerebbe allo 0,5%, insieme all'Asia tra le regioni più penalizzate per la forte dipendenza da gas e petrolio.
A livello settoriale, i comparti più colpiti sarebbero compagnie aeree, turismo e consumi, mentre energia, utilities e industrie legate all'elettrificazione beneficerebbero del nuovo scenario. Positiva anche la view sulla tecnologia americana, che continua a mostrare dinamismo.
Sul fronte prezzi, Finà prevede un aumento dell'inflazione dello 0,7% negli Usa e dell'1% in Europa. Per questo motivo, dalle banche centrali ci si attende un atteggiamento prudente, con la Banca Centrale Europea orientata ad attendere prima di modificare la politica monetaria.
Più cauto Francesco Spadaccia (UBS Asset Management), che sottolinea come il conflitto produca effetti negativi sulla crescita attraverso due canali principali: riduzione della capacità di spesa dei consumatori e aumento dei costi energetici per le imprese. Si tratta però di uno shock potenzialmente di breve termine.
Anche secondo Spadaccia, "gli Usa risultano meno esposti, mentre l'Europa continua a soffrire la dipendenza da petrolio e gas. Nei prossimi trimestri l'inflazione potrebbe salire ancora, ma in modo diverso rispetto al 2022: oggi le banche centrali hanno già alzato i tassi e il mercato del lavoro è in fase di riequilibrio. Per questo non si intravedono ulteriori strette monetarie.
Resta invece alta l'attenzione sui mercati obbligazionari, destinati a vivere settimane di forte volatilità e nervosismo operativo. Il quadro generale - conclude - conferma che geopolitica ed energia restano i principali fattori di rischio per l'economia globale".