Aveva fatto discutere lo scorso novembre la decisione della Corte d'Assise d'Appello di Milano che, esprimendosi su Alessia Pifferi, aveva annullato l'ergastolo, riducendo la pena a 24 anni di reclusione. Oggi sono arrivate le motivazioni del provvedimento, che essenzialmente si fondano sul riconoscimento delle attenuanti generiche e della fragilità psichica della donna. I giudici avrebbero inoltre tenuto conto della forte influenza mediatica che ha accompagnato il caso.
"Non vi sono i presupposti per affermare, con fondamento, che il comportamento processuale" successivo alla morte della figlia sia stato "espressione di accentuata capacità a delinquere", si legge nel documento diffuso dalle agenzie di stampa. A parere dei giudici, esso è piuttosto "sintonico con la deficitaria (...) personalità dell'imputata, non incompatibile con (...) il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche". Per quanto riguarda il riconoscimento delle attenuati, la Corte d'Assise d'Appello aggiunge che ha avuto peso anche il clamore mediatico sofferto dall'imputata, poi condannata. Nei confronti della Pifferi, in sostanza, "è difficile negare la 'lapidazione verbale'".
La Corte d'Assise d'Appello di Milano ha così concesso le attenuanti generiche equivalenti all'unica aggravante sussistente, ossia quella del vincolo di parentela. I giudici hanno deciso di procedere con una pena non afflittiva come l'ergostolo, giudicando migliora una condanna rieducativa, dal momento che "vi sono connotazioni soggettive che non possono essere ignorate", come appunto il processo mediatico subito dalla Pifferi.
Viene fatto riferimento al fatto che la donna è incensurata, così come alle sue passate condizioni economiche e sociali. Alessia Pifferi viveva in una situazione di estrema marginalità.
In linea con la difesa della donna, il collegio di giudici parla anche del cosiddetto processo televisivo che ha avuto delle "ricadute deleterie e devastanti sulla sua condotta processuale; ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove di carattere tecnico e scientifico; ha condizionato la spontaneità di molte testimonianze, prima fra tutte quella della madre della donna, ovvero la nonna della piccola lasciata morire di stenti, trasformandola obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione".