Avevano promesso: «Sarà come la Biblioteca di Alessandria d'Egitto», quella rasa al suolo dal califfo Omar. Ecco, forse ventisei anni fa, quando si iniziò a parlare della Beic, si poteva scovare un paragone che portasse meno sfortuna. Perché il minimo che si possa dire, ora che il progetto della Biblioteca europea di informazione e cultura porta sotto processo due archistar del calibro di Cino Zucchi e Stefano Boeri (nella foto sopra), è che il cammino della Beic non è stato accompagnato da una buona stella. Tra soldi introvabili, progetti cancellati, concorsi truccati, veleni, polemiche di ogni genere, il sogno di una grande e moderna biblioteca è stato costellato da una serie quasi inverosimile di infortuni. A coronare i quali una manciata di mesi fa è piovuto il giudizio lapidario del ministro della Cultura Alessandro Giuli (nella foto sotto): che in ottobre a un evento alla Scala spiega che «il progetto è un po' invecchiato», e dopo un quarto di secolo era prevedibile; poi, e qui l'atmosfera si fa gelida, aggiunge che «bussare al ministero della Cultura chiedendo molti soldi e poi scoprire che la Beic è concepita come una location per l'apericena non è accettabile».
Il problema, sembrò di capire allora, è che nessuno sa cosa dovrà accadere davvero nei 30mila metri quadri sottratti alle sterpaglie di Calvairate (perché è lì che nasce tutto, anche se per darsi un tono si parla di Porta Vittoria). Neppure, dice Giuli, lo sanno in Europa, dove il progetto non è stato nemmeno presentato. D'altronde di progetti ce ne sono stati almeno due, per non parlare di quelli bocciati (giustamente o ingiustamente, non lo sapremo mai). E insieme ai progetti ballano le cifre. Quando nel lontano 2005 Antonio Padoa Schioppa, presidente della Fondazione Beic, inizia a brontolare per la mancanza di fondi il costo viene preventivato in 215 milioni, una cifra colossale, d'altronde Peter Wilson, l'architetto australiano che ha vinto il concorso, ha fatto le cose in grande. Risultato: i soldi non si trovano, il progetto di Wilson viene accantonato, Padoa Schioppa si rassegna.
Nel 2012 nuova idea: la facciamo più piccola, a Citylife. Ma l'idea di una piccola-grande biblioteca si spegne sul nascere. Non se ne parlerebbe più se nel 2020 non arrivasse il Covid e con esso il Pnrr, i fondi magici che servono alla ripartenza e che vengono catapultati sul nuovo progetto, costi dimezzati ma ambizioni immutate, «non parliamo solo di una biblioteca ma di un laboratorio di innovazione culturale» spiega il sindaco Sala presentando il concorso. Arrivano 44 progetti da tutto il mondo e va a finire come si sa, con la vittoria piuttosto annunciata di due vip dell'architettura milanese, Angelo Lunati e Giancarlo Floridi. Tutto ok, finalmente? Manco per niente, perché il 22 luglio 2022 il Giornale racconta che Lunati, Floridi e una lista di altri soci della cordata vincente sono legati a doppio filo a Stefano Boeri e Cino Zucchi, presidente e componente della giuria. Il Comune si indigna e minaccia querele mai viste, l'assessore Giancarlo Tancredi cerca di smentire senza riuscirci, ma fin lì la faccenda potrebbe finire con una figuraccia e pochi danni: invece la maledizione della Beic colpisce ancora, perché né Boeri né Zucchi né gli altri fanno quel che sarebbe ovvio a quel punto, ovvero dare una bella ripulita alle chat dei telefoni, così quando un anno dopo arriva la Gdf e sequestra gli apparecchi salta fuori un'imbarazzante telecronaca in differita dei pasticci accaduti durante le sedute che dovevano assegnare la vittoria.
Ieri vengono rinviati tutti a giudizio per turbativa d'asta, intanto il cantiere cresce: ma a cosa servirà esattamente la Beic non si sa. Tanto che i dipendenti della vecchia Sormani di via Sforza si chiedono che fine faranno loro e i loro libri.