Giovanna, nome di fantasia, è la donna di 51 anni, affetta da una patologia cronica, che ha denunciato per maltrattamenti e molestie il caporeparto della fabbrica nel biellese in cui ha lavorato per ventisei anni. Il suo racconto parla di continue avances, controllo sulla sua vita privata, battute a sfondo sessuale e due episodi molto gravi, tra cui un palpeggiamento del seno. A creare scalpore il fatto che, proprio in relazione a questa circostanza, nella richiesta di archiviazione (a cui la donna si è opposta, con l’avvocata Cristina Morrone) il pm ha scritto: «Non è chiaro se il toccamento sia avvenuto sul seno, zona erogena o immediatamente sotto». Sull’opposizione alla archiviazione dovrà decidere il gip Adriano Bollani. Sono oltre due che la donna attende che il percorso giudiziario giunga a conclusione dopo la denuncia presentata a luglio 2024.
Come mai non se ne è andata via subito, nonostante il contesto così difficile per lei?
“Sono affetta da una patologia cronica che non mi consente di fare alcuni lavori. Non è stato semplice trovare un impiego adeguato, ho dovuto prima arrivare a una soluzione che mi permetteva di andarmene. Bisognava anteporre prima il fatto di dovermi curare e inoltre non ho nessuno che, dal punto di vista economico, mi copre le spalle. Non potevo semplicemente dire: vado a pulire i gabinetti piuttosto che stare lì. Insomma, bisogna essere in salute per fare queste due cose insieme: andarsene e denunciare”.
Cosa succedeva in quella fabbrica?
“La persona che ho denunciato ha sempre avuto un atteggiamento un po’ troppo confidenziale in generale, e ha sempre avuto una mancanza di rispetto in generale verso le donne. Ma nei miei confronti aveva una particolare simpatia, io la chiamerei anche ossessione”.
In che senso ossessione?
“Mi controllava, mi chiedeva se avessi un fidanzato, mi ha chiesto l’amicizia sui social, e visto che io non l’ho mai accettata, chiedeva ai miei colleghi di fargli vedere il mio profilo. Era sempre molto sgradevole, faceva battute a sfondo sessuale volgari e spinte. Durante l’orario di lavoro una volta mi ha tirato il reggiseno, abbiamo discusso per questa cosa”.
Gli episodi più gravi?
“In un periodo della sua vita ha avuto un incidente in bicicletta che gli aveva provocato un disturbo in una parte del corpo vicino all’inguine. Un giorno mentre lavoravo l’ho trovato con i pantaloni abbassati mentre mi diceva: “Vuoi vedere?’. Io sono rimasta scioccata. Da allora credo alle donne che dicono che in certi momenti sei talmente spiazzata che quasi non riesci a trovare le parole. Dopo sono andata a chiudermi in bagno”.
Poi c’è stato l’episodio del seno.
“Quel giorno si è avvicinato, era estate, poi sempre con questi atteggiamenti molto confidenziali, ha iniziato a farmi il solletico e io mi sono spostata perché non gradivo. Comunque con la scusa, ha messo le mani sotto la maglietta e ha toccato il seno. Anche lì sono scappata”.
Di fronte ai suoi no e alle sue proteste come si comportava?
“Quando non otteneva quello che voleva me la faceva pagare a livello lavorativo. Mi diceva: ‘Devi muovere il culo, qui comando io’. Mi umiliava anche davanti ai miei colleghi. Quando sono rientrata dopo un periodo di malattia, a cui è seguita la certificazione Inps sulla mia patologia, ho dovuto togliermi dai social perché mi controllava anche lì: usava quelle immagini per “dimostrare” agli occhi dei miei datori di lavoro che non era vero che ero malata. Poi ha anche cercato anche di isolarmi da tutti i colleghi”.
Lei aveva mai informato i titolari di questi comportamenti?
“Sarò andata da loro a protestare dieci o quindici volte. Non avevamo delle figure sindacali interne quindi le uniche persone a cui potevo fare riferimento erano loro”.
E da parte loro niente? Neanche un rimprovero?
“Dopo che andavo a lamentarmi, la situazione si tranquillizzava. Ma a un certo punto, quando il capo sentiva di non essere più nell’occhio del ciclone, forse quando pensava che le acque si fossero calmate, diventava peggio di prima”.
Cosa ha provato quando ha letto la richiesta di archiviazione?
“Leggere quello che il pubblico ministero ha dichiarato per me è stato devastante. Ripercorrere quei momenti per me è un tormento. Peraltro, vedere che io sono andata via e che lui è tranquillamente al suo posto come se non fosse successo niente mi fa malissimo. Io ho denunciato per chi arrivava dopo di me. A noi donne dicono di denunciare, ma in realtà non siamo così tutelate. Si parla di rispetto per le donne, ma in realtà non c’è”.
