Sotto l’ospedale di Padre Pio c’è un buco enorme: non una voragine di cemento, ma di conti. Secondo quanto riportato da Repubblica, il passivo dell’ospedale fondato dal religioso da Pietrelcina oscillerebbe tra i 250 e i 300 milioni di euro. Una cifra che ha spinto il Papa a intervenire, commissariando di fatto la struttura di San Giovanni Rotondo e affidando il dossier a una commissione chiamata a capire come si sia arrivati fin qui.
Il nodo è tutto nei bilanci. In una lettera datata 22 maggio, i sindacati Cgil, Cisl e Fials denunciano "una forte asimmetria nella distribuzione delle risorse interne, caratterizzata da repentine progressioni di carriera e dall’erogazione di consistenti assegni ad personam, a favore di una platea ristretta di personale, oltre a un ricorso diffuso a consulenze esterne". Da qui la richiesta di "totale trasparenza dei bilanci". Anche perché, riporta il quotidiano, la crisi di liquidità rischia di mettere in difficoltà anche le forniture dell’ospedale.
A guidare la commissione nominata da Prevost sarà Maximino Caballero Ledo, il laico spagnolo già scelto da Papa Francesco per rimettere ordine nei conti della Santa Sede. Una scelta significativa: il Vaticano vuole guardare dentro i numeri. Resta fuori invece l’arcivescovo di Manfredonia Franco Moscone, presidente della fondazione, che negli ultimi tempi aveva criticato la gestione e si era schierato con i lavoratori, arrivando anche a evocare le dimissioni.
La protesta dei dipendenti va avanti da tempo: cortei, fiaccolate, scioperi della fame, richieste di adeguamenti contrattuali rimaste senza risposta. I rappresentanti sindacali provarono a ottenere un incontro con il cardinale Parolin, senza successo. "Abbiamo consegnato questo grido di dolore, fatto di cifre, nomi e abusi. La risposta? Un silenzio assordante", scrivono nella missiva. Poi la domanda più dura: "Davanti a una gestione che disonora il nome di un santo, perché la Chiesa tace?".
La prima risposta è arrivata con il commissariamento. Ma intanto la vertenza si è già spostata anche sul piano giudiziario. Sono partiti i primi 150 decreti ingiuntivi per recuperare gli arretrati e ottenere l’applicazione del contratto nazionale. La Cgil parla però di 1.400 mandati complessivi. Una valanga che, se confermata, rischierebbe di aggravare ulteriormente una situazione debitoria già pesantissima.
A rendere il clima ancora più teso c’è stata anche la minaccia, attribuita al management, di applicare il contratto privato non appena fosse partito il primo decreto ingiuntivo. Una mossa definita dai sindacati una "ritorsione". Lo scontro ha coinvolto anche la Regione Puglia, accusata dal manager Gino Gumirato di "non essere stata ai patti". Ma la Asl ha risposto nero su bianco: la Regione non solo non deve nulla, ma vanta addirittura dei crediti, seppure modesti.
Resta da capire come ha fatto l’opera più importante nata nel nome di san Pio a finire in questa condizione. Una parte della risposta sta nel cambiamento degli equilibri sanitari in Puglia. L’ospedale di Foggia si è potenziato – spiega Repubblica – entrando in possesso di tecnologie avanzate e dunque offrendo prestazioni che un tempo erano quasi un’esclusiva di San Giovanni Rotondo, come la radioterapia. Inoltre la Casa Sollievo ha perso attrattività: gli stipendi dei medici non sono più superiori a quelli di altri ospedali pubblici o cattolici. I grandi nomi del passato non ci sono più, mentre i professionisti emergenti scelgono città più collegate come Foggia, Bari e Roma.
Ora il Vaticano prova a fermare la caduta.
A San Giovanni Rotondo è arrivato da Milano Paolo Girotti, nuovo direttore dell’unità di chirurgia toracica. Potrebbe essere uno dei tasselli del rilancio. Ma prima dei progetti servirà aprire i conti, capire dove sono finiti i soldi e dire la verità ai lavoratori.