Lo dicono perfino loro che quel sistema Microsoft Ecm si attiva solo con i dati di accesso dei magistrati. Ma l'inchiesta di Report, che aveva scatenato l'ennesimo attacco contro il governo Meloni "reo" di spiare le toghe di tutta Italia, ha voluto mandare in onda le "prove" dell'esistenza di un Grande Fratello a via Arenula, che si sarebbe addirittura "incazzato" quando a maggio scorso sarebbe arrivata una richiesta di chiarimenti dalla Procura di Torino sulla presunta perforabilità del sistema, perché quella richiesta "sarebbe il primo documento ufficiale in cui viene nominato questo sistema, questo Ecm, quindi il Ministero era riluttante a produrre questo documento, soprattutto se poi l'esito è stato raccontare il falso", rivela un misterioso collaboratore delle Procure, con il volto oscurato e la voce camuffata, all'inviato del programma di Sigfrido Ranucci.
Così tanto "incazzato" che il 4 giugno 2024 via Arenula invia al procuratore capo una nota riservata in cui certifica l'esistenza di Ecm sulle postazioni, rassicurando sul funzionamento. Documento in cui viene scritto che "il controllo da remoto è escluso e che comunque, laddove fosse attivato, richiederebbe il consenso esplicito dell'utente". E infatti il software, diffuso nella stragrande maggioranza dei pc della pubblica amministrazione, serve proprio a questo. "Gestire l’assistenza tecnica da remoto per decine di migliaia di computer senza strumenti di questo tipo è tecnicamente impossibile e pericoloso", ha spiegato nei giorni scorsi a Il Giornale l’esperto di cybersicurezza Matteo Flora. "L’accesso è regolato dal principio del minimo privilegio, con ruoli separati, autorizzazioni limitate e controlli incrociati". Controlli che al ministero della Giustizia sono peraltro affidate a un magistrato. E invece la trasmissione di Rai3 persevera, chiedendo al loro esperto tecnico, Francesco Zorzi, se sia davvero così: "Dal punto di vista tecnico la risposta è no. Il tema è che quello strumento permette a te che stai governando in modo centralizzato di attivare remote tool e di non informare l'utente quando ti connetti", risponde, "ma non accedo con il mio utente, io accedo come fossi quell'utente in quel momento".
Che è esattamente il funzionamento dei sistemi di remote control di tutte le aziende. Tanto che quando il giornalista chiede se la circolare del Ministero attesti il falso, il tecnico risponde che "non è corretta in quanto non rappresenta quelle che sono le possibilità di chi governa appunto la consolle". Possibilità connesse sempre e comunque al consenso dell'accesso da parte dell'utente. Non a caso, quando a maggio scorso il ministero ha risposto ai magistrati di Torino, dalla Procura nessuno si è stracciato le vesti, né ha avuto dubbi tali da ipotizzare neanche approfondimenti. Anzi, una fonte vicino al procuratore capo torinese Giovanni Bombardieri ha ammesso al Giornale di aver "valutato alcune segnalazioni di criticità del sistema" ma nulla più, nonostante Report si ostinasse a cavalcare il test empirico condotto da un tecnico sul pc del giudice del tribunale di Alessandria Aldo Tirone, la fonte della squadra di Ranucci.
Esperimento replicato stasera, che mostra ciò a cui hanno assistito i più quando in azienda, di fronte a un problema del pc, hanno avuto necessità dell'intervento di un tecnico da remoto. E di cui, probabilmente, doveva essere pratica anche la Procura di Roma, visto che avrebbe già chiuso il caso con un nulla di fatto.