Le proteste di massa che stanno scuotendo l'Iran hanno riportato sotto i riflettori il ruolo delle tecnologie di sorveglianza straniere nella repressione del dissenso. Attivisti e analisti occidentali hanno infatti accusato una grande azienda hi-tech cinese di aver fornito strumenti decisivi alle autorità iraniane per identificare, tracciare e arrestare i manifestanti. Al centro delle polemiche troviamo Tiandy Digital Technology, società con sede a Tianjin specializzata in sistemi di videosorveglianza avanzata. Secondo le accuse, le sue tecnologie – basate su intelligenza artificiale, riconoscimento facciale e analisi dei big data – avrebbero rafforzato in modo significativo la capacità dello Stato iraniano di controllare le piazze e colpire l'opposizione.
La sorveglianza cinese usata dall'Iran
Secondo quanto riportato da Newsweek, Tiandy avrebbe contribuito a potenziare gli apparati di sicurezza iraniani durante le attuali e precedenti ondate di proteste. Craig Singleton, docente a Stanford e senior fellow della Foundation for Defense of Democracies, sostiene che i sistemi di sorveglianza dell'azienda aiutino le forze di sicurezza a identificare rapidamente i manifestanti, collegando volti, movimenti e dati raccolti nello spazio pubblico. Singleton ha parlato di "repressione come servizio", specificando che non si tratterebbe di un uso improprio isolato, ma di un modello di business consapevole.
Il caso di Tiandy si inserisce in un contesto più ampio: la Cina è considerata oggi leader mondiale nella sorveglianza di massa. In patria, Pechino utilizza reti capillari di telecamere intelligenti per monitorare quanto accade in una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone. Questo modello interno verrebbe ora esportato, rendendo le società di Pechino le fornitrici globali di queste tecnologie di sorveglianza. I critici, in sostanza, accusano Pechino di sostenere governi autoritari, dall’Iran al Pakistan, offrendo strumenti che facilitano la repressione del dissenso politico.
Cosa è successo a Teheran
Tiandy era già finita nel mirino di Washington: nel 2022 era stata inserita, insieme ad altre decine di aziende cinesi, nelle liste di controllo all'export degli Stati Uniti per attività ritenute contrarie alla sicurezza nazionale e alla politica estera americana. Il sito dell'azienda, dal canto suo, pubblicizza soluzioni come sistemi di registrazione in tempo reale e persino “sedie per interrogatori”, mentre ricerche indipendenti indicano forniture a esercito, polizia e Guardie della Rivoluzione iraniane. Gli Usa starebbero ora valutando se inasprire le misure, includendo Tiandy in ulteriori blacklist che vieterebbero l'uso dei suoi prodotti nelle reti americane.
Sul terreno iraniano, intanto, la situazione resta drammatica. Organizzazioni per i diritti umani stimano migliaia di morti dall'inizio delle proteste, con un numero crescente di arresti e processi accelerati. Le Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione per l'ipotesi di condanne a morte contro i manifestanti.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha parlato con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, il quale ha affermato che la situazione è "ora stabile". Araghchi ha dichiarato che "spera che la Cina svolga un ruolo più importante nella pace e nella stabilità regionale" durante i colloqui, secondo quanto riportato dal comunicato del ministero degli Esteri cinese. "La Cina si oppone all'imposizione della propria volontà su altri paesi e si oppone al ritorno alla ‘legge della giungla’", ha detto Wang.
"La Cina spera che tutte le parti abbiano a cuore la pace, esercitino moderazione e risolvano le divergenze attraverso il dialogo", ha aggiunto l'alto funzionario spiegando che Pechino è disposto a svolgere un ruolo costruttivo.