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Crans-Montana: "Vi racconto il ruolo di ZAKA sul luogo della tragedia"

Dalia Gubbay era in Svizzera la notte di Capodanno. Ora lì c'è anche l'organizzazione formata da uomini che "salvano chi possono e che riconoscono i corpi di chi non ce l’ha fatta"

Crans-Montana: "Vi racconto il ruolo di ZAKA sul luogo della tragedia"
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Sono a casa, a Milano. Non respiro. Non so cosa ci faccio qui. Certo, certo, non ho dimenticato. Andare avanti, trovare un nuovo percorso: l’ho scritto solo poche ore fa. Ma come si fa. Mi pare di aver tradito quel luogo, segnato per sempre da un destino senza appello.

Non che facessi chissà cosa, in realtà. A parte aggirarmi intorno a quell’angolo di mondo divenuto all’improvviso famosissimo. Parlare con le persone. Tentare, in una sorta di interazione cosmica, di dare energia a quelle famiglie, a quei ragazzi mummificati nei letti d’ospedale. E tuttavia. Sentivo che quello era il mio posto. Almeno per un po’ ancora.

Oggi sono partita e devo dunque concludere questo lungo racconto iniziato nel giorno della tragedia. Ma ho un’ultima cosa da dire. Sto facendo le valigie e mia figlia scrive nella chat di famiglia:

“Mamy, c’è ZAKA al memoriale.” Manda delle foto. In due minuti sono fuori. Corro. Devo assolutamente incontrarli.

Ne ho sempre sentito parlare. Negli anni degli attentati sugli autobus in Israele, nelle pizzerie, nelle strade. Loro sono quelli che salvano chi possono e che riconoscono i corpi di chi non ce l’ha fatta. Di chi un corpo non lo ha più.

Li abbiamo sempre visti come angeli. Come uomini che si dedicano al più ingrato dei compiti. Dopo il 7 ottobre molti di loro si sono tolti la vita. Troppo orrore. Qualcuno ha detto di aver visto il diavolo all’opera.

ZAKA però non opera solo in Israele. Anzi. ZAKA accorre quando c’è bisogno.

E dunque li trovo lì. Alcuni arrivano direttamente da Sydney. Li riconosci dalle strisce fosforescenti dei giubbotti. Hanno messo una bandiera di Israele tra i fiori. Sono belli. Di una dolcezza disarmante. Alcuni di loro piangono. Io sto per crollare, ma poi mi avvicino. Dico “Shalom”. Loro mi rispondono in francese. Scopro che uno di loro conosce tutta la mia famiglia in Israele. Stupefatti, ci mettiamo a scherzare, citando aneddoti e persone amate. Arrivano gli altri. In pochi minuti siamo già grandi amici.

Mi dicono che non hanno un distaccamento in Italia. Se possiamo pensarci. “Abbiamo trovato la persona giusta”, dicono sornioni. È un momento incredibile. Chiedo quanto rimarranno. “Quando avremo finito il lavoro”, rispondono tranquilli.

Mi avvicino a un giornalista italiano. Spiego chi sono quei ragazzi. È importante dirlo,che sono qui. Intervistano il direttore di ZAKA Europa.

Attendo la solita domanda. Arriva puntuale: “Siete qui per riconoscere ragazzi ebrei?”. “No. Siamo qui per tutti.” Mi sorridono. Ci scambiamo i numeri di telefono.

Al prossimo viaggio vogliono farmi vedere la loro sede. Il capo mi sussurra: “Sa, noi scherziamo molto tra di noi. Se no impazziremmo.”

Nei loro occhi, però, io l’ho vista. Quella profondità. Quel velo. Quel pudore per ciò che hanno dovuto vedere. E sopportare.

Grazie, ZAKA.

Forse la vera lezione arriva da voi.

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