Gli Stati Uniti hanno confermato fin dall’inizio del mandato di Donald Trump un approccio militare molto attivo. Nel Corno d’Africa, a febbraio 2025, velivoli statunitensi hanno colpito postazioni dello Stato Islamico in Somalia, piccolo ma persistente tassello del mosaico jihadista locale. Parallelamente, al-Shabaab è diventato bersaglio di ripetute incursioni, segnalando come Washington continui a considerare la regione un terreno sensibile per la lotta al terrorismo internazionale.
Iraq: l’eliminazione dei dirigenti del Califfato
A marzo, l’aviazione americana, supportata dall’intelligence, ha effettuato un raid mirato contro Abdallah al Rifai, ritenuto uno dei principali dirigenti del Califfato in Iraq. Sebbene il movimento sia meno strutturato rispetto al passato, la minaccia rimane concreta in diverse aree del Paese e nei teatri regionali circostanti.
Yemen e Iran: raid e segnali strategici
In Yemen, sempre a partire da marzo, missili cruise hanno colpito postazioni degli Houthi filoiraniani, in risposta a minacce ai traffici marittimi nel Mar Rosso. La mediazione dell’Oman ha poi portato a un cessate il fuoco a maggio, ma gli analisti sottolineano come la fazione rimanga ben radicata e pronta a nuove azioni. Gli attacchi nella Penisola arabica hanno avuto una valenza doppia: contenere l’avversario lungo rotte strategiche e mandare un messaggio diretto all’Iran, sponsor degli Houthi. Questa dinamica è stata ulteriormente amplificata dall’operazione “Midnight Hammer” di giugno, quando B-2 e missili cruise hanno colpito siti nucleari iraniani chiave. Secondo gli esperti, i bombardamenti potrebbero aver rallentato il programma atomico, ma la Repubblica islamica conserva competenze e capacità per proseguire gli sviluppi. Trump stesso non ha escluso nuovi interventi militari, sia per colpire l’arsenale missilistico sia per sostenere le proteste interne.
I Caraibi e il Venezuela: sicurezza e pressione politica
Dalla fine del 2025, l’attenzione di Washington si è spostata sui Caraibi. Operazioni navali hanno distrutto decine di imbarcazioni sospettate di traffico di droga, mentre il Venezuela è stato sottoposto a crescenti pressioni diplomatiche e militari. L’obiettivo dichiarato era destabilizzare il regime di Nicolás Maduro, con piani che prevedevano attacchi a porti e possibili incursioni di forze speciali sul territorio. Il Pentagono ha predisposto un dispositivo imponente, comprendente portaerei, unità lanciamissili, velivoli da combattimento e droni d’attacco, supportato da operazioni coperte della Cia. Tra le unità coinvolte anche il 160th Special Operations Aviation Regiment e i Navy Seals, esperti in missioni ad alto rischio, già protagonisti di operazioni storiche come quella contro Osama bin Laden.
Siria e Nigeria: raid punitivi e messaggi politici
In Siria, gli Stati Uniti hanno reagito a dicembre con raid contro lo Stato Islamico, dopo la morte di tre militari. In Nigeria, invece, missili cruise hanno colpito aree settentrionali abitate da militanti jihadisti in risposta agli attacchi contro comunità cristiane. Gli osservatori evidenziano la complessità del quadro: i raid mostrano fermezza, ma l’impatto sul terreno resta incerto, dato il numero e la varietà dei gruppi coinvolti. Allo stesso tempo, operazioni di questo tipo rafforzano l’immagine interna di impegno contro le persecuzioni religiose e il terrorismo.
Uno sguardo d’insieme: tra aggressività militare e tentativi di mediazione
Come sottolinea il Corriere della Sera, la politica estera di Trump mostra un mix di azioni aggressive e segnali diplomatici. Dal Corno d’Africa al Medio Oriente, dai Caraibi al Venezuela, la strategia statunitense combina raid mirati, pressione politica e operazioni su larga scala, cercando di influenzare equilibri complessi senza necessariamente impattare in modo definitivo sulle situazioni locali. Il risultato è un quadro globale in cui l’influenza americana rimane forte e visibile, ma con fronti aperti e instabilità persistente.
Tra rivendicazioni di successi militari e scenari regionali delicati, la Casa Bianca continua a oscillare tra l’uso della forza e il tentativo di mediazione, confermando come la politica estera americana rimanga in larga misura guidata dall’opzione militare.