"Vengo a Crans da 30 anni. Piccola, tranquilla, deliziosa cittadina di montagna. Per me, che amo Milano, Tel Aviv e soprattutto il mare, è una dimensione sospesa. La accetto, la apprezzo come momento di intimità familiare. Quest’anno ho desiderato tanto essere qui. Ero stanca, sfinita. Abbiamo passato giorni sereni. L’allegro e caloroso disordine con i bambini, le chiacchiere con i grandi. Ieri sera un Capodanno a casa, raclette, vino e pochi amici. Ci siamo augurati un buonissimo anno. Da noi ebrei in realtà si festeggia a Rosh Hashanà, che cade solitamente a settembre. Ma ovviamente anche questo passaggio ci riguarda. È stato un 2025 difficile. Ci abbracciamo, brindiamo alla vita, alla pace, ai bei momenti".
"Nemmeno il tempo di dirlo. Di pensarlo. C’è stato un incendio in uno dei locali più conosciuti del posto, quasi leggendario. Ci sono passati tutti dalla Constellation, per una partita a flipper, un bicchiere, un derby in TV. La dimensione della tragedia emerge nelle ore che seguono. Erano tutti ragazzini sotto i 17 anni. Una festa per giovanissimi".
"Mi raccontano di genitori usciti in pigiama nel gelo della notte a cercare i figli. Le urla, il panico, ragazzi mezzi nudi. Devono smistare i feriti negli ospedali della zona, sembra uno scenario di guerra. Ci sono dispersi. Vuol dire che non si sa dove siano e come stiano ragazzi quasi bambini. Molti sono in coma. Intubati. Sfigurati".
"Scendo in strada. La città è attonita. C’è chi piange camminando, ci sono giornalisti ovunque in questo luogo dove non accade mai nulla, dove puoi lasciare aperta la porta di casa e stare tranquillo. Ora pare il centro del mondo. Accanto alle transenne vedo un rabbino francese che parla con le forze dell’ordine, vorrebbe passare. La sinagoga è adiacente al locale carbonizzato. Questa coincidenza ha legittimamente e tristemente fatto alzare le antenne a tutti noi. Ma no. Il rabbino stesso mi dice che vuole solo controllare che i Rotoli della Torah siano intatti. Non è un attentato. È stata una tragica fatalità sulla quale si dovrà indagare. Mi dice di scriverlo e di non smettere di farlo. Che nella tradizione ebraica parlare agli altri è importantissimo. Sembra che mi conosca".
"In queste ore concitate scopro che da tutte le parti del mondo c’è chi conosce qualcuno che non trova i propri figli. È un pensiero che non ti lascia respirare. Questi ragazzi sono di tutti noi. Di tutte le nazionalità e religioni. E l’empatia che proviamo deve insegnarci qualcosa di universale".
"Intanto penso ai miei due giovani adolescenti, avrebbero potuto esserci.
E avevano scelto altre vacanze. Vedo passare due, tre carri funebri. Mi dicono che arriva da Israele l’unità Zaka per il riconoscimento dei cadaveri. Non mancano mai. E loro, lo sappiamo, se ne intendono".