Il pericolo dell’estremismo islamico in Europa torna a farsi sentire come non accadeva da tempo. Mentre in Germania risuona ancora la drammatica eco del recente attentato di Berlino compiuto dallo jihadista Abdul Ballout, già noto alle forze dell’ordine e libero nonostante una condanna per terrorismo, l’Europa continentale si trova costretta a fare i conti con i bacini d’odio incubati nel cuore delle sue città. In Francia, la prefettura della Seine-Saint-Denis ha annunciato con un comunicato la chiusura per 6 mesi della moschea di Chanteloup ad Aulnay-sous-Bois.
La decisione delle autorità si fonda su basi normativo-giuridiche ben precise, evidenziate nel comunicato ufficiale della prefettura, nel quale si spiega che l’ordinanza di chiusura è stata adottata sulla base dell’articolo L. 227-1 del codice di sicurezza interna “a causa delle parole, idee o teorie diffuse in questa moschea e sui social network degli imam, le quali incitano alla violenza, all’odio o alla discriminazione, fanno apologia di atti di terrorismo e ne provocano la commissione”. A suscitare maggior sconcerto ed allarme è l’origine di tale deriva. L’indagine svolta sugli ambienti della moschea Attaqwa rivela una propaganda capillare che non proviene da agitatori clandestini o figure di passaggio, bensì dagli stessi imam “regolari” della struttura, figure ufficiali che teoricamente dovrebbero rappresentare la guida moderata e lontana da ogni radicalismo.
Le autorità territoriali hanno infatti sottolineato che “attraverso i sermoni degli imam abituali della moschea e la loro diffusione sui social network, ma anche attraverso i discorsi dei relatori occasionali invitati, la moschea diffonde un’ideologia islamista radicale che riprende la retorica di organizzazioni terroristiche, legittima la jihad e valorizza la morte da martire”. Un quadro di radicalizzazione “istituzionalizzata” confermato anche dai contenuti circolati sul web, come un video diffuso su X e risalente a diversi mesi fa in cui si vede un imam ospitato nella struttura che incitava i genitori musulmani a picchiare i propri figli d’età pari o superiore a 11 anni, qualora non adempissero alla preghiera.
Ciononostante, il circuito dell’associazionismo non esita a mobilitare la macchina giudiziaria. In risposta al provvedimento, l’avvocato dell’associazione gestrice della moschea, Rafik Chekkat, ha annunciato il ricorso d’urgenza al tribunale amministrativo per chiedere l’annullamento della decisione prefettizia. Per la difesa dell’associazione, le accuse mosse dalle autorità si baserebbero su “elementi insufficienti, imprecisi e non circostanziati”, sostenendo al contempo che l’ente si sia mosso preventivamente poiché “i due imam che riguardano il 90% delle contestazioni mosse alla moschea sono stati allontanati”. L’avvocato ha inoltre espresso disappunto lamentando che “i responsabili della moschea avevano chiesto di essere ricevuti in prefettura, ma il prefetto della Seine-Saint-Denis ha rifiutato di riceverli”, confermando che l’udienza si terrà a breve presso il tribunale amministrativo di Montreuil. Ora sarà la giustizia a fare il suo corso, con dinamiche non molto diverse da quelle che si registrano anche in Italia: dopo l’attentato del Pride sembra che l’Europa stia stringendo le maglie contro l’estremismo ma la domanda è sempre la stessa: perché non prevenire?
