Segretario di Stato, consigliere per la sicurezza nazionale, capo ad interim degli archivi federali, amministratore della ormai defunta Usaid. Ed ora anche "viceré del Venezuela", come lo ha battezzato il Washington Post per il suo ruolo cruciale nell'ideare la destituzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e nella futura transizione del Paese. Un incarico che potrebbe diventare il più impegnativo di tutti, dopo aver concentrato nelle sue mani poteri superiori a quelli di Henry Kissinger negli anni '70. "Secretary of everything", aveva ironizzato lo scorso maggio il New York Times descrivendo l'irresistibile ascesa del capo della diplomazia Usa, uno dei pochi con grande esperienza e competenza alle spalle nella presidenza Trump, dove sta emergendo come una delle figure forti del governo. La cattura di Maduro non solo realizza un obiettivo di lunga data di Rubio, ma rappresenta anche una vittoria per lui all'interno di un'amministrazione che include figure scettiche sul cambio di regime, in particolare J.D. Vance, più sensibile ai mal di pancia della base Maga, contraria all'interventismo americano.
Il vicepresidente ha appoggiato ufficialmente l'operazione in Venezuela. Ma forse non è un caso che si sia defilato tenendo un basso profilo: assente a Mar-a-Lago sia quando il commander in chief ha seguito in diretta il blitz con i fedelissimi (era in collegamento video), sia nella sua conferenza stampa, dove il presidente era affiancato da Rubio, dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, dal capo dello Stato maggiore congiunto Dan Caine, dall'inviato Steve Witkoff e dal vice chief of staff della Casa Bianca Stephen Miller. Dal successo del dossier Venezuela dipenderanno anche le chance di Rubio di correre in proprio per la presidenza nel 2028, sfilandosi come running mate in un finora ipotetico ticket guidato da Vance. In assenza di un successore immediato che governi un Paese di circa 29 milioni di abitanti, Trump si sta affidando a Rubio per aiutare a "gestire" il Venezuela, spartire i suoi asset petroliferi e favorire l'insediamento di un nuovo governo: un compito delicato, che fa tremare i polsi a chi ha già così tante altre responsabilità.
"Il compito che ha davanti è sconcertante", ha detto un alto funzionario statunitense, sottolineando la vertiginosa gamma di decisioni politiche in materia di energia, elezioni, sanzioni e sicurezza che lo attendono. La sua padronanza dello spagnolo (come esule cubano), la familiarità con i leader dell'America Latina e con l'opposizione venezuelana lo rendono l'interlocutore naturale di Trump, ha detto un altro alto dirigente Usa, avvisando però che l'amministrazione dovrà nominare un inviato a tempo pieno per assistere Rubio, data l'enorme portata delle decisioni e delle responsabilità insite in un compito del genere.
Intanto il segretario di Stato comincia a dettare la linea in una serie di interviste alle tv americane: "Nessuna invasione ma solo un'operazione di arresto" che "non richiedeva l'ok del Congresso"; "collaboreremo con i funzionari venezuelani se prenderanno le decisioni giuste"; "la transizione richiederà tempo", comprese nuove elezioni; "María Corina Machado è fantastica, ma la realtà immediata è che, purtroppo e tristemente, la stragrande maggioranza dell'opposizione non è più presente all'interno del Venezuela".