L'arma che non si trova, quel buco di tre ore la mattina del femminicidio, l'ombra all'interno della sua auto. Chi siede accanto a Claudio Carlomagno quando rientra a casa alle 14,17 di venerdì 9 gennaio?
L'uomo, detenuto da più di una settimana e ora sorvegliato a vista per timore di un suicidio, è disperato. «Voglio uccidermi ma non ho il coraggio» dice dalla cella. Per il resto non parla. Nel lungo interrogatorio di convalida omette particolari importanti tanto che per la Procura il caso è tutt'altro che chiuso. Una persona, l'ombra ripresa dalle telecamere, che lo avrebbe aiutato a pulire «professionalmente», come scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare, la scena del crimine. In paese, vox populi, si parla di ben tre sospettati anche se al momento gli inquirenti sono concentrati solo sul passeggero a bordo della Kia Sportage bianca del killer. È lui ad aiutare il 44enne a cancellare le tracce della mattanza? Certo è che le cose che non tornano sono tante. Troppe. A cominciare dal delitto d'impeto, come sostiene il suo difensore. Un omicidio, si crede invece, studiato da settimane, da quando la moglie Federica lo mette al corrente della sua relazione con un uomo di Ancona. Separati in casa dal 2019, le liti fra Claudio e Federica scoppiano sempre per lo stesso motivo spiega Viviana, amica della vittima. Vale a dire l'immobilismo di Claudio che non riesce, o non vuole, trovare per sé una sistemazione alternativa. Tanto che Federica, una volta rientrata da un viaggio per un impegno familiare in Basilicata assieme ai suoi e al figlio di 10 anni, si sarebbe trasferita dai genitori. Allora Claudio porta il ragazzino dai suoceri, disdice la colf, nasconde l'arma in bagno. Del resto cosa ci farebbe un coltello a doppio taglio tipo sub accanto a una doccia? Le indicazioni dell'indagato sul suo ritrovamento, poi, sono vaghe («l'ho buttato in un fosso a Osteria Nuova»). In attesa degli esami sul sangue repertato sugli sganci dei sedili della Kia, sul bagagliaio, sul cassone di un mezzo pesante, sul bobcat, nella cabina armadio, in bagno, alla base delle scale che portano alla zona notte e sugli abiti di lavoro, a parlare è il cadavere della vittima. Uccisa con 19 coltellate al volto, sulla giugulare quella fatale, e quattro alle mani (per difendersi), spogliata, data alle fiamme per impedirne il riconoscimento, depezzata dall'assassino con la benna della ruspa durante l'occultamento in una fossa. Quando Claudio è ancora a casa, subito dopo l'omicidio durato 45 minuti, tra le ore 6,15 e le 7, c'è un imprevisto: papà Pasquale citofona. Sono esattamente le 7,08 quando il suo Doblò imbocca via Costantino. L'uomo suona, il figlio non risponde. Deve consegnargli le chiavi di un mezzo della ditta, non è lì per altro. Quando Claudio scende si giustifica parlando di un'interruzione di corrente. Pasquale alle 7,17 va via. Questo è quanto spiegato al gip.
Non ci sono dubbi sulla figura paterna, tanto che l'uomo non viene nemmeno indagato. Ma in paese qualcuno parla di un possibile coinvolgimento. Chiacchiere che arrivano anche a Pasquale, uomo perbene conosciuto e benvoluto da tutti, che con la moglie ci mette la parola fine.