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Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?

Pubblichiamo, per gentile concessione della casa editrice, un estratto di Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni. Tutta la verità sul delitto di via Poma (Ponte alle Grazie) di Raffaella Fanelli

Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?

Attraverso il parabrezza percorso dai tergicristalli mi arriva il riflesso del riquadro luminoso mentre davanti al vetro, in controluce, intravedo il muretto a secco del cimitero di Tarano. Il cancello d’ingresso è ancora chiuso. Spengo l’auto, slaccio la cintura e prima di scendere prendo il mio ombrellino giallo che, già so, non mi servirà a niente sotto la furia del temporale. Un cielo mai visto, fitto di nuvoloni bluastri, che pure non ha fermato la mia intenzione di cercare la tomba dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. È morto davvero? Continuo a chiedermelo da quando la procura di Roma ha riaperto le indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa con 29 colpi di tagliacarte il 7 agosto 1990, in via Poma, nel quartiere Prati. Un delitto rimasto senza colpevoli che ha riportato sotto la lente degli inquirenti l’uomo che avevo incontrato dieci anni prima, durante il processo a Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta, condannato in primo grado a 24 anni e poi assolto in appello e in Cassazione per non aver commesso il fatto. Un processo fatto a un innocente da una procura che aveva ignorato alibi e prove. Che, basandosi su costose e inutili perizie, aveva trascurato due tracce di sangue, la prima di gruppo A repertata nella stanza dell’omicidio e l’altra di gruppo B rinvenuta sul vetro dell’ascensore. E Raniero Busco ha gruppo 0. Per questo avevo cercato l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Perché ero convinta sapesse di quel delitto. Lo avevo rintracciato nella sua tenuta di Tarano. Avevo bussato alla sua porta in un caldo pomeriggio di giugno. Aveva i piedi scalzi, la camicia aperta e la faccia assonnata. Avevo disturbato un riposo pomeridiano e fatto alzare dal sepolcro l’avvocato che una collega del «Messaggero» aveva scritto essere morto. La falsa notizia della triste dipartita era rimbalzata da un giornale all’altro, senza ricevere smentite.

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Prima di farmi strada nella spaziosa e luminosa cucina, il redivivo mi pregò di lasciare borsa e cellulare fuori dalla porta d’ingresso. Seduta di fronte a lui, e con una cesta di ciliegie sul tavolo, ascoltai indifferente l’offerta di un accordo: «Scriva che sono morto». Un suggerimento che ignorai, continuando a mangiare ciliegie e a infilare domande, sempre più fastidiose. Fino alla mia frase sugli incontri con Simonetta, su quanto fosse bella e seducente. Insinuare che lui sapesse qualcosa di più su quell’omicidio irrisolto mi costò un’alzata di voce e di mani: l’avvocato mi afferrò per il braccio e con forza mi scaraventò all’esterno. Un volo che staccò, oltre ai miei piedi, anche il registratore che avevo appiccicato addosso. Quaranta minuti di audio che mi salvarono da una querela arrivata subito dopo la pubblicazione del mio articolo: Francesco Caracciolo di Sarno negò di avermi incontrata, di avermi offerto le ciliegie e un accordo. Il suo «mai vista e mai conosciuta», grazie a quella registrazione, finì archiviato insieme alla sua querela.

Silenzi, omissioni, contraddizioni e menzogne hanno, da sempre, impedito di ricostruire con esattezza ciò che avvenne la sera del 7 agosto 1990. L’avvocato, durante il processo a Raniero Busco, dichiarò il suo «mai vista e mai conosciuta» anche per Simonetta Cesaroni. Insomma, affermò di aver assunto una ragazza senza mai averla incontrata. La prima menzogna cadde davanti ai 40 minuti della mia registrazione. La seconda anche. Perché Francesco Caracciolo di Sarno mi parlò di Simonetta, lui l’aveva vista e conosciuta. E nel marzo 2022, a distanza di oltre trent’anni dall’omicidio di via Poma, cade anche il suo alibi. Una donna rumena, all’epoca collaboratrice domestica dell’avvocato, racconta che «il giorno del delitto, pressappoco nell’ora riportata dai media come quella presunta dell’omicidio, l’avvocato sarebbe rientrato affannato e con un pacco mal avvolto». L’abitazione dell’avvocato era in largo della Gancia, distante circa 90 metri da via Poma. Stando sempre alle dichiarazioni di questa testimone, «dopo la riapertura del caso» – quindi nel 2010, quando si indagava su Raniero Busco – «l’avvocato era oltremodo agitato e preoccupato, tanto da assumere atteggiamenti maniacali». Quando ho incontrato l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno non sapevo di questa testimonianza ma sapevo di quei 90 metri che dividevano il suo appartamento dal luogo del delitto. E a passo veloce avevo percorso quella distanza in meno di un minuto. Sapevo anche di un rapporto della digos dell’11 gennaio 1992. In quella informativa, l’avvocato veniva descritto come «persona di dubbia moralità per le reiterate molestie arrecate a giovani ragazze, episodi che seppure a conoscenza di molti non sarebbero mai stati denunciati grazie anche alle amicizie influenti dallo stesso vantate». L’informativa della digos si chiudeva con una frase inquietante: «Dopo l’accaduto, molti amici del Caracciolo lo avrebbero allontanato convinti di una sua implicazione nell’omicidio».

Cercando nell’imponente fascicolo emerge che già nel 1992, durante le indagini su Federico Valle, la portiera dello stabile in largo della Gancia, Bianca Limongiello, dichiarò di aver visto l’avvocato «affannato e strano».

Strano perché «prima di lasciare lo stabile avrebbe, ingiustificatamente, attirato l’attenzione chiedendo che ore fossero e raccontando che stava per recarsi all’aeroporto dove avrebbe dovuto accompagnare la figlia». Frasi rivolte alla portiera che mai, prima di quel 7 agosto, era stata considerata dall’avvocato. Neanche per un saluto.

Tredici anni dopo, nel 2005, Bianca Limongielo confermerà le sue dichiarazioni davanti al sostituto procuratore Roberto Cavallone: «L’avvocato aveva un appartamento al 6o piano dello stabile di largo della Gancia e lo studio nella vicina via Brofferio. Il 7 agosto 1990 lo vidi rientrare intorno alle ore 18 in compagnia di un altro uomo mai visto prima. Indossava un vestito elegante e aveva con sé una borsa».

La procura di Roma ha riaperto il caso. Si indaga per omicidio volontario. Il sospetto è che l’avvocato possa aver «trafficato» per coprire qualcuno.

Una donna apre il cancello d’ingresso del cimitero di Tarano. Sotto una pioggia incessante che ripulisce i miei passi, cerco il volto e il nome dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Trovo quasi subito la sua lapide, è sobria e poco appariscente. Sul marmo bianco sono riportate le date di nascita, 10 aprile 1938, e della scomparsa, 22 agosto 2016. L’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, questa volta, è morto davvero.

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