Un libro sui femminicidi, sul dolore che unisce, sulla necessità di agire. È doloroso, ma anche indispensabile, leggere il libro della giornalista e direttrice di DiLei Irene Vella, dal titolo Era mia figlia - Per ritrovare le voci delle donne che abbiamo perduto. Tra queste pagine non è narrata solo la violenza di genere in storie emblematiche, alcune note, altre meno: viene raccontato un retaggio di umanità perduta, a fronte di un fenomeno che non è una statistica da aggiornare, perché in esso sono racchiuse le vite, quelle perdute delle vittime, quelle di chi resta a testimoniarne il passaggio. “Dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin - dice a IlGiornale Irene Vella - ho cambiato visuale, e ho maturato la decisione che, raccontando storie, avrei restituito dignità e valore a ragazze e donne troppo spesso dimenticate”.
Come nasce “Era mia figlia”, prima la fanpage Facebook e poi un libro?
“Scrivevo di femminicidi da sei anni. Nel 2023 Giulia Cecchettin è scomparsa - tutto è iniziato con una scomparsa. La cosa che mi ha colpita, e mi ha fatto molto arrabbiare, è stato il tentativo di molti di romanticizzare la vicenda: si parlava di fuga romantica, di fidanzati, sebbene fosse evidente che c’erano una vittima e un carnefice. Giulia si sarebbe laureata a giorni, aveva recuperato tutti gli esami dopo la morte della mamma per laurearsi in tempo: non avrebbe mai mancato quell’appuntamento. E così ho scritto un editoriale molto feroce nei confronti dei media e di questo modo di raccontare”.
E ha dato una voce a chi non ce l’aveva più.
“Quello è accaduto successivamente, con il libro. Ho incontrato Gino Cecchettin, perché gli ho mandato il mio editoriale. Ci siamo scritti il giorno prima che ritrovassero Giulia, ci saremmo dovuti vedere il giorno dopo, ma poi sono stata raggiunta dalla notizia e ho detto a mio marito: ‘Poteva essere nostra figlia’. Stessa età, stessa facoltà, uccisa a cento metri da casa nostra. Tutte le mattine vedo la zona industriale dove è stata colpita a morte. Da quel giorno ho cambiato visuale, e ho maturato la decisione che, raccontando storie, avrei restituito dignità e valore a ragazze e donne troppo spesso dimenticate. Ci si ricorda dei loro assassini”.
La percezione è che il suo sia un libro di sensibilizzazione contro la violenza di genere. Funziona?
“Quando ho iniziato a portare in giro il libro, mi veniva detto che il dolore altrui spaventa o dà fastidio. Sui social però c’è stata un’esplosione: ho iniziato a scrivere in prima persona, ricevendo decine di milioni di visualizzazione. Ho capito che se si utilizzano le parole in maniera corretta, si riesce a trascinare dentro la storia chi vuole leggere il rispetto per la vita. Il pubblico alle presentazioni del libro è per l’80% femminile, ma quel 20% di uomini intervengono e fanno domande: non è vero che tutti gli uomini non vogliono ascoltare”.
La sua pagina ha aiutato ad aggiungere un tassello potenzialmente importante nel giallo di Roberta Martucci. Cosa ne pensa di questo lato attivo dei social?
“I social, se usati in modo corretto, possono fare educazione. E soprattutto possono raggiungere tante persone, soprattutto tra le giovani generazioni se utilizziamo un linguaggio diretto e immediato. I giovani e le giovani non vogliono tanti paroloni, non vogliono che gli si spieghi la vita, vogliono sentire i fatti. Per cui se ti avvicini al loro mondo, loro si avvicinano al tuo e ascoltano. Per quanto riguarda il caso di Roberta Martucci…”.
Cosa è avvenuto?
“Sono stata contattata dall’avvocata Valentina Presicce, che difende le vittime di femminicidio e i loro famigliari, e della quale sono onorata di essere amica. La legale segue la testimone che l’ha contattata dopo aver letto la mia pagina. Ha riferito fatti circostanziati - un odore sulla spiaggia, un cumulo di pietre, sulla litoranea in cui Roberta è scomparsa nel 1999 - e ora le cose possono cambiare. È una grande soddisfazione aver contribuito a evocare questo ricordo. La famiglia ha diritto a poter piangere su una tomba. Mi sono sentita utile”.
E poi?
“Ho capito che i pensieri, le storie raccontate, sono tutte ricostruzioni fatte su sentenze, articoli ricerche. Dietro queste storie che io racconto in prima persona c’è ricerca delle fonti: sono giornalista e odio le fake news, non potrei mai raccontare qualcosa di diverso. Mi auguro che il caso di Roberta abbia una fine concreta, perché c’è una persona che ha deciso di esporsi, di non voltarsi dall’altra parte”.
Tra i casi di cui parla c’è quello di Carmela Cirella, per cui parla di “seconda violenza”. Cosa significa?
“La sua storia è devastante: aveva solo 13 anni. È stato il primo caso in Italia riconosciuto come femminicidio indotto: lei si è suicidata dopo essere stata stuprata e non creduta. Inizialmente era stata avvicinata da un pedofilo di zona, ed è andata in commissariato con il padre e un’insegnante, ma poi quest’ultima ha detto di non ricordare. Non è stata creduta una prima volta, non si è indagato, ed è stato consigliato di toglierla da scuola per le chiacchiere della gente. È stata messa in una casa famiglia, le sono stati prescritti psicofarmaci. È scappata con un ragazzo che aveva creduto le volesse bene, ma invece l’ha venduta per tre giorni ai conoscenti. Per tre giorni è stata stuprata da gente adulta e da due minorenni. Quando è tornata a casa era devastata, svuotata, non creduta. Si è buttata dal settimo piano. Il padre ha combattuto per tutta la vita perché venissero riconosciuti a questi uomini i reati di stupro e istigazione al suicidio”.
Tra le storie raccontate è inclusa quella di Daniele Paitoni. Perché è importante tenere l’attenzione alta su fenomeni come la sindrome di Medea, che riguarda anche gli uomini, in barba al nome?
“Sono molto affezionata alla mamma e ai nonni di Daniele. I bambini vanno creduti, perché sanno riconoscere i mostri. Poi ci sono gli adulti che sanno difendere i bambini dal mostro, ma non vengono creduti quando dicono che hanno paura da un genitore. Nel caso di Daniele c’era un Codice Rosso attivo, perché il padre aveva tentato di uccidere un collega tre settimane prima ed era ai domiciliari, tanto che c’era una relazione fatta dall’avvocato all’assistente sociale, che ne indicava la pericolosità. I nonni hanno raccontato che Daniele era tornato tre giorni prima da una visita con il papà e non parlava: erano stati allertati tutti ma è stato concesso a quest’uomo di stare da solo con il figlio e l’ha ucciso”.
Perché è un tema così troppo spesso inesplorato questo percorso di bigenitorialità a tutti i costi, anche nel caso di genitori violenti?
“Secondo me, l’Italia vuole credere che l’unico modo per crescere bene un bambino in maniera equilibrata sia la bigenitorialità, quando fin dagli anni ’60 ci sono situazioni di bambini cresciuti da un singolo genitore che crescono in maniera molto più equilibrata rispetto a una coppia che magari litiga in continuazione. C’è un modo sbagliato di vedere le cose: non sempre le famiglie che sembrano perfette lo sono davvero.
Cosa serve contro i femminicidi?
“La certezza della pena, una giustizia equa. Sto appoggiando la lotta dell’avvocata Presicce, che accompagna in una proposta di legge la mamma di Noemi Durini, Imma Rizzo: si chiede di togliere i permessi premio a chi uccide. Se uccidi una ragazza di 16 anni, la accoltelli e la seppellisci viva, dopo tre anni non puoi andare a vedere un concerto o forzare un posto di blocco. È quello che è successo con Lucio Marzo”.
Nel libro c’è uno strumento di prevenzione: un vademecum dell’associazione “Tiziana Vive”, creata dal fratello di Tiziana Rizzi.
“Il narcisismo e la manipolazione sono difficili da riconoscere.
C’è un love bombing iniziale, ma poi chi manipola inizia a toglierti tutto, isolandoti da famiglia e amici, criticando le tue scelte, facendoti sentire sbagliata, togliendoti l’autonomia economica. E quest’ultima è la prima forma di libertà. Per fortuna chi vuole bene, famiglia e amici, restano, anche se vengono allontanati. Non bisogna giudicare mai, perché queste situazioni le conosce solo chi le vive”.