I lividi, i finti sms e le amnesie. Fermato il compagno della 33enne caduta dal cavalcavia sull'A4

La morte di Giada Zanola potrebbe essere un femminicidio. È stato fermato il compagno Andrea Favaro e ci sarebbero state alcune parziali ammissioni

I lividi, i finti sms e le amnesie. Fermato il compagno della 33enne caduta dal cavalcavia sull'A4
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"lo non ho memoria precisa di come si siano svolti i fatti ieri notte, ho come un vuoto". Inizia così l'interrogatorio di Andrea Favero, 38 anni, fermato in carcere a Padova per l'omicidio della compagna e convivente Giada Zanola, la 33enne veneziana precipitata da un cavalcavia sull'autostrada A4 Venezia-Milano, all'altezza di Vigonza, nel Padovano, mercoledì 29 maggio. Nel corso dell'interrogatorio l'uomo ha dichiarato: "Ricordo che eravamo a casa...poi però abbiamo cominciato a litigare e Giada si è allontanata a piedi verso il cavalcavia che passa sopra l'autostrada che dista circa un chilometro da casa nostra. Io ho preso l'auto e l'ho seguita raggiungendola dopo pochi metri da casa e facendola salire per portarla a casa".

Tra i dettagli aggiunti da Favero c'è quello del rapporto con la compagna: "Continuavamo a litigare, nel senso che lei mi sbraitava addosso come spesso ultimamente faceva dicendo che mi avrebbe tolto il bambino e non me lo avrebbe più fatto vedere, bimbo che è la mia ragione di vita". ha spiegato l'uomo al sostituto procuratore di Padova Giorgio Falcone. "A quel punto ricordo che siamo scesi dall'autovettura, ma qui i ricordi si annebbiano perché ricordo solo che mi continuava a ripetere che mi avrebbe tolto il bambino, ma non ricordo se e come ho reagito. Non ricordo se siamo saliti sul gradino della ringhiera che si affaccia sull'autostrada che funge da parapetto", ha detto l'uomo per poi concludere: "Sono tornato a casa da solo, di quel momento non ricordo altro, so solo che ho pensato subito a mio figlio e al fatto che lo avevamo lasciato a casa da solo, cosa che non era mai successa, per cui sono tornato immediatamente a casa. In quel momento io avevo solo mio figlio nella testa e non ricordo di avere mai pensato a cosa fosse successo a Giada. Mi sono addormentato quasi subito".

Il sospetto di una messainscena e i finti SMS

Una versione quella di Favero che non convince gli inquirenti secondo i quali Favero avrebbe messo in piedi "una messinscena" per simulare di non avere ucciso la compagna in una zona dove si sono registrati 4 femminicidi nel raggio di una ventina di chilometri, tra cui quello di Giulia Cecchettin. Lo sostiene la Procura nel provvedimento di fermo dove si legge: "Al fine di lasciare traccia della messinscena l'indagato effettuava anche una chiamata al cellulare della vittima e le scriveva un messaggio rinfacciandole di essere uscita senza passare a salutare lui e il figlio".

Alle 7:38, come appurato dagli inquirenti, Favero ha scritto a Giada: "Sei andata al lavoro? Non ci hai nemmeno salutato!!". Una "versione addomesticata" sarebbe stata fornita anche alla madre alla quale aveva raccontato che erano "andati tutti regolarmente a dormire" e di avere "profondamente dormito tutta la notte" all'indomani del presunto omicidio. Favero avrebbe simulato anche di avere saputo della morte della compagna solo dopo avere letto un messaggio in una chat di quartiere. "Quando è arrivata la polizia ho sperato che lei stesse bene" ha detto al pm.

Farebbero parte della messinscena anche alcuni messaggi che Favero si è scambiato con un'amica della vittima "dai quali si desume che l'indagato simulasse di non sapere nulla di cosa fosse successo alla compagna riferendole che non era in casa in quanto era già uscita per recarsi al lavoro". "In sede di sommarie informazioni l'indagato si guardava bene - commenta il pm - dal dire che poco prima del tragico decesso la vittima a seguito di un litigio era uscita di casa e che lui l'aveva inseguita, facendola salire a bordo della Ford XMAX intestata alla vittima".

La lite e il salto nel vuoto

Le prime ricostruzioni porterebbero infatti gli inquirenti a pensare che si tratti dell’ennesimo femminicidio: Giada, 34 anni, non si sarebbe buttata - questa l’ipotesi - ma sarebbe stata spinta da un’altezza di 15 metri dal compagno fermato e tradotto in carcere a Padova nella notte con l’accusa di omicidio - al culmine di una lite iniziata in casa e poi proseguita sul cavalcavia fino all’epilogo delle ore 3.30. Dopo la caduta, nonostante alcune vetture siano riusciti a evitarla, Giada, precipitata sulla carreggiata, è stata tragicamente travolta da un camion.

I lividi e le ultime ore

Pare che la coppia fosse da tempo in crisi, una crisi che si sarebbe tradotta anche in violenza. Gli inquirenti non hanno potuto fare a meno di notare che Favaro presentasse lividi ed escoriazioni: da qui la necessità di scavare più a fondo, procedendo all’arresto, eseguito dagli agenti della Polizia Stradale e della Squadra Mobile della Questura di Padova. Ma c’è anche dell’altro: chi indaga ha riscontrato incongruenze nella ricostruzione delle ultime ore di vita di Giada. Favaro avrebbe peraltro espresso disagio e preoccupazione anche in riferimento alla possibilità di non poter vedere più il figlio di 3 anni, che rischia ora di essere uno dei tanti “orfani di femminicidio”. Saranno proprio le ultime ore al centro dell’interesse degli inquirenti, in particolare se le incongruenze registrate dovessero trasformarsi in contraddizioni.

Il dolore della città

Sull’avvenimento si è pronunciato il sindaco di Vigonza Gianmaria Boscaro, che ha ricordato come proprio nei giorni scorsi ci sia stata un’opera di informazione e sensibilizzazione contro la violenza di genere: “A nome della Città di Vigonza, e mio personale, e di tutta l’amministrazione, esprimo vicinanza e cordoglio alla famiglia di Giada per questo fatto molto grave che ha sconvolto tutti.

Stiamo seguendo la vicenda in contatto con le forze dell’ordine che stanno svolgendo le indagini. Esprimiamo anche un pensiero di affetto al piccolo al quale come amministrazione assicuriamo ogni aiuto e sostegno che sarà necessario”.

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