Le 45 lettere di Enzo Tortora scritte alla compagna dal carcere

Enzo Tortora scrive alla compagna Francesca Scopelliti 45 lettere raccolte in un libro "Lettere a Francesca"

Le 45 lettere di Enzo Tortora scritte alla compagna dal carcere

"Mi sento umiliato fino al midollo". Così Enzo Tortora scrive alla compagna Francesca Scopelliti in una delle 45 lettere raccolte in un libro "Lettere a Francesca" di cui il quotidiano La Repubblica pubblica un estratto.

Il conduttore di Portobello nel 1983 finisce in carcere e da Regina Coeli inizia la corrispondenza con la compagna. Nella prima missiva scrive: "È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia. Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove".

Negli scritti ci sono tutti gli elementi della follia giudiziaria che ha investito Tortora. Il 2 luglio 1983 scrive: "Visto? Annullato questo interrogatorio. Non hanno niente in mano. Ora cercano follie fiscali, si ridurranno a dimostrare che non ho pagato l’Iva o che i soldi della Grappa Piave (di cui Tortora era testimonial) erano di Turatello. Non ridere. È così".

Pochi giorni dopo Tortora scrive: "Ricevo i tuoi messaggi e ti so almeno, al mare. Chissà perché si dice “al fresco”. Io muoio di caldo, in cella. Balza fuori da ogni cella d’Italia un criminale che pur di guadagnarsi uno sconto mi accusa di ogni pazzia, spero la difesa passi duramente al contrattacco. Mi sono rapato e sono atterrito dal vedere come questa mia esperienza mi abbia trasformato: non ho più un pelo nero. Guarda per me il mare, baciami un fiore".

Infine le accuse durissime al mondo televisivo: "Non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura. A parte pochissime eccezioni mi hanno crocifisso, linciato, sono iene. Sai, non esco a fare l’ora d’aria perché i tetti sono pieni di fotoreporters".

Poi, quando Tortora viene trasferito nel carcere di Bergamo continua a scrivere a Francesca: "Cicciotta, ho un tremendo mal di testa. Fuori piove, e io come casalinga (debbo lavare, pulire, spazzare, eccetera, a Regina Coeli almeno facevamo i turni) mi sto rivelando una frana. Sto accarezzando l’idea di chiedere il cambio di cittadinanza. Questo Paese non è più il mio". E ancora: "Il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali".

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