Addio toghe militanti. Lo sciopero fa flop: un magistrato su due non ha seguito l'Anm

In Cassazione si astengono appena 2 su 10, a Torino solo 3 su 10, a Milano lavorano 6 su 10. L'agitazione del 2002 fu un plebiscito: 80%. E il sindacato ammette: "È andata male"

Addio toghe militanti. Lo sciopero fa flop: un magistrato su due non ha seguito l'Anm

Una botta epocale, il segno che qualcosa si è rotto nel corpo profondo della magistratura italiana.

Lo sciopero indetto dall'Associazione nazionale magistrati contro la riforma della giustizia portata in Parlamento dal ministro Marta Cartabia sta tutta nel messaggio che ieri sera, a conti fatti, un esponente di spicco dell'Anm manda sulla chat interna: «È andata male». Anche se il leader delle toghe, Giuseppe Santalucia, parla di adesioni «sopra il 60» per cento, la sostanza è che lo sciopero è fallito. Le parole d'ordine catastrofiste di Santalucia e dei suoi colleghi, che in queste settimane hanno dipinto la timida riforma Cartabia come un attentato alla Costituzione, non hanno fatto breccia. Migliaia di magistrati hanno lavorato senza seguire le indicazioni del sindacato unico delle toghe. Anche se il dato complessivo fornito dall'Anm risultasse corretto (ma una tara storicamente va fatta) il problema è che lo sciopero è fallito platealmente in uffici cruciali del paese. In Cassazione su cinquecento magistrati sciopera solo il 23 per cento. Nel tribunale di Milano lavora più del 60 per cento. Nella procura della stessa Milano, quella che fu la roccaforte del «resistere, resistere, resistere» su 76 magistrati aderiscono in quaranta.

Napoli, che era stata la sede che più fortemente aveva chiamato alla lotta, si ferma al 55 per cento. Disastro a Roma e nel Lazio, dove per la stessa Anm l'adesione si ferma al 38 per cento. Ancora peggio a Torino, col 33 per cento.

Sono dati che rendono impietoso il confronto con l'ultimo sciopero della magistratura, indetto nel 2002 contro la riforma del ministro leghista Roberto Castelli e arrivato a adesioni oltre l'ottanta per cento. E che costringono a interrogarsi su quanto l'Anm, o almeno la sua attuale dirigenza, rappresentino davvero i magistrati italiani. Perché se l'Anm non rappresenta i magistrati allora le sue periodiche incursioni nel dibattito politico andrebbero soppesate diversamente.

Si è trattato d'altronde di uno sciopero deciso in modo singolare, dove non era chiaro se l'obiettivo fosse fermare la riforma presentata dalla Cartabia o un ostruzionismo preventivo agli emendamenti annunciati dal centrodestra. Dubbi sulla sensatezza dello sciopero erano venuti anche dai «duri» di Magistratura democratica, e giudizi pesanti erano piovuti anche da numi tutelari dell'Anm come Edmondo Bruti Liberati. Ma i vertici dell'Associazione hanno voluto andare avanti per la loro strada. E sono andati a sbattere. Il risultato è quasi surreale: per osteggiare una riforma che non riformava nulla, Anm va incontro a una sconfitta che rischia di essere epocale. E che porta a ipotizzare che l'epoca della «magistratura militante» sia ormai da considerare archiviata.

La débâcle è così netta che Eugenio Albamonte, uno dei leader della corrente di sinistra Area, se la deve prendere con una immaginaria campagna di stampa che avrebbe condizionato l'esito dello sciopero: «Tutto sommato, in considerazione anche della grande campagna che è stata fatta contro lo sciopero dei magistrati, che ovviamente colpisce anche gli stessi magistrati, nel senso che leggiamo i giornali, guardiamo la televisione, e così via, direi che è un dato comunque significativo».

Significativo sì, ma di cosa? Ieri, quando ancora le dimensioni della sconfitta non erano chiare, il presidente di Anm Santalucia arrivava a definire lo sciopero un «atto di generosità» dei giudici verso i cittadini, ma ammetteva che è arrivato nel pieno del «periodo di maggiore crisi della immagine della magistratura e della capacità di comunicazione all'esterno». Ma non spiega cosa Anm abbia fatto per migliorare la disastrata immagine della categoria, se non presentare il caso Palamara come un incidente di percorso e il suo protagonista come una pecora nera e continuare a avallare imperterrita la spartizione correntizia delle cariche e il rifiuto di ogni seria valutazione della produttività dei magistrati.
Poi si stupiscono se lo sciopero va male.

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