Alitalia Maintenance Systems: tra promesse e il nulla, una ferita ancora aperta

Nel mirino finiscono Movimento 5 Stelle e Partito democratico: "Hanno trattato il tema con superficialità. Non c'è stata la volontà politica di risolvere il problema"

Alitalia Maintenance Systems: tra promesse e il nulla, una ferita ancora aperta

Alitalia Maintenance Systems era una società che si occupava di manutenzione, riparazione, revisione e componentistica di motori Alitalia e terzi. Con oltre 450 tecnici specializzati, il 1 luglio 2003 è stata creata perché sarebbe dovuta essere il fiore all’occhiello dal punto di vista tecnologico.

La parabola

A raccontarci la vicenda è Fabio Ceccalupo, ex segretario Ugl trasporto aereo. Nel 2005 nasce Alitalia Servizi per suddividere le aree del gruppo Alitalia in diversi settori di specifiche competenze; nell'area manutentiva confluisce AMS. Prima del fallimento di Alitalia linee aeree, viene scelto un partner commerciale con l’intento di apportare nuove tecnologie, il know-how tedesco e fare sinergia a livello europeo per quanto riguarda i motori. Nel 2008 fallisce Alitalia linee aeree, ma non AMS. Tra il 2009 e il 2010, dopo una serie di accordi, il Commissario di Alitalia Lai in amministrazione straordinarie approva la formula per vendere AMS avendo trovato un compratore (Maurizio Tucci) che acquisisce prima le quote di Lufthansa Technik (40%) e poi - per essere azionista di maggioranza - prende un ulteriore 26% attraverso il soggetto privato Iniziativa Prima. Il governo aveva fatto ventilare la possibilità che un quota l’avrebbe comprata Invitalia, ma alla fine viene ceduta a IAI Bedek Israel e il resto alla nuova Alitalia Cai.

Nel 2010 parte la nuova compagine: nell'anno successivo vengono raggiunti risultati eccezionali, come il premio di produttività. Ma dal 2012 inizia il declino: Alitalia non manda più a riparare i motori con la medesima frequenza con cui si era partiti. Nel 2014 AMS è in difficoltà per i ritardi di commesse e perciò chiede e ottiene il concordato al Tribunale di Roma: in questo periodo si cercano acquirenti e dal Mit (a guida Lupi) spunta la società PanMed - che tra le altre cose si occupava di pale eoliche e fotovoltaici - interessata all’intero pacchetto di AMS. Fin da subito promette di mettere soldi ma alla fine “non arriva nulla". Il 30 settembre 2015 viene dichiarato ufficialmente il fallimento.

Successivamente gli asset aziendali vengono acquistati dalla IAG (International Aerospace Group) a seguito di un'asta pubblica: viene poi formalizzata la previsione di un sostanziale rilancio degli investimenti dell'attività aziendale ed viene preso l'impegno ad assumere 175 lavoratori. Ma i rappresentanti sindacali iniziano progressivamente a dubitare della promessa fatta alla luce di alcune situazioni: nel 2017 erano stati smontati solamente due motori di aereo, uno dei quali era presente nei magazzini della società già da tempo; quasi tutti i materiali della base romana erano stati trasportati a Miami.

Il risultato è stato drastico: circa 100 famiglie non hanno alcuna fonte di reddito a causa del termine dell'erogazione degli ammortizzatori sociali in attesa di essere ricollocati. Reddito di cittadinanza? Macché: non hanno i requisiti necessari poiché hanno percepito il fondo di solidarietà del trasporto aereo (“uno strumento grazie al quale molti lavoratori hanno potuto sopravvivere”) nel corso del 2018.

Tra promesse e speranze

Eppure Alessandro Di Battista aveva girato un video all'interno dell'officina, dicendo che “un Ministero serio dello Sviluppo Economico deve mantenere il lavoro e la sicurezza di determinati lavori qui in Italia”. L'attivista grillino affermò che il governo avrebbe potuto garantire “un futuro all'azienda, ai lavoratori e a tutto l'indotto" mediante “un intervento forte” appunto da parte del Mise.

Contattato in esclusiva da il Giornale, William De Vecchis ha parlato della questione: “AMS è una ferita aperta per il mondo del lavoro, in particolare per il settore del trasporto aereo che vedeva in questa azienda un fiore all’occhiello del sistema industriale di Fiumicino. La sua esternalizzazione e svendita ha provocato un danno irreparabile, non solo per la perdita dei posti di lavoro e di specialisti ma anche per l’indotto motoristico dell’aeroporto di Fiumicino”. Il senatore della Lega ha preso l’impegno di “produrre un’interrogazione al ministro competente”, nella speranza che nel nuovo piano industriale di Alitalia “venga ridiscussa la possibilità di ricreare un settore di manutenzione motori nell’hub Leonardo Da Vinci”. De Vecchis ha infine concluso lanciando un monito a Movimento 5 Stelle e Partito democratico: “Hanno preso con superficialità la questione, non riconoscendo le peculiarità di un ramo aziendale così importante”.

Francesco Alfonsi ha dichiarato che si tratta di “una cosa gravissima”, attribuendo al management di allora “grandi responsabilità oggettive” poiché avrebbe potuto impostare “il ragionamento con dei leader del settore, ma lo hanno fatto solamente per smantellare l’attività”. Da parte del governo vi è stata la colpa di aver “consegnato le chiavi a un soggetto che si sapeva non avrebbe dato né respiro industriale né un futuro a lavoratori e azienda. La partita è stata gestita malissimo e non c'è stata la volontà politica di risolvere il problema”. Secondo il segretario nazionale Ugl trasporto aereo “se nella nuova Alitalia non ci sarà un polo manutentivo, non avremo nuovamente un progetto coraggioso che guardi al futuro”.

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