Altro che il 25, evviva il 18 aprile

In quel giorno del '48 le prime elezioni post costituzione: gli italiani scongiurarono la presa del potere da parte dei comunisti

Altro che il 25,  evviva il 18 aprile

Oggi avremmo voluto sì festeggiare la liberazione, ma quella da un governo di dilettanti. Ci siamo andati vicino ma purtroppo sono ancora lì, sfidando la legge di gravità. Lo spettacolo da guerra civile dentro la maggioranza andato in scena l'altra sera a Palazzo Chigi, con ministri che si ammutinano, altri che si ricattano e i restanti che litigano furiosamente tra di loro non ha precedenti nella storia della Repubblica nata proprio sull'onda del divisivo e sanguinoso 25 Aprile. Al punto che, come mi ha suggerito ieri un amico, per ripristinare un po' di verità, verrebbe voglia di spostare la celebrazione della Liberazione a un'altra data, perché quella vera, di liberazione, avvenne non un 25 ma un 18 aprile. Proprio in quel giorno del 1948 si celebrarono le prime elezioni post costituzione repubblicana e gli italiani con il loro voto scongiurarono il rischio reale e concreto della presa del potere da parte dei comunisti e dei socialisti.

Vinse con il 48 per cento del consenso e la maggioranza assoluta dei seggi la Democrazia cristiana di De Gasperi.

Solo a quel punto - in mano a moderati, cattolici e liberali - l'Italia trovò davvero la sua libertà (il rischio era di passare direttamente dal fascismo al comunismo di Togliatti), la sua collocazione definitiva nello scacchiere del mondo occidentale e l'inizio di un percorso di stabilità, di crescita sociale ed economica che la portò fino a essere l'ottava potenza del mondo.

Oggi, di fronte alla pericolosità di Di Maio e del governo tutto ci sarebbe bisogno, invece che delle risse e degli odi da «25», di un nuovo «18 Aprile» che rimetta l'Italia sui giusti binari della storia. Più che i «liberatori» - tanto per stare nel tema del giorno - questi governanti mi sembrano simili ai gerarchi di Salò che uno contro l'altro, asserragliati nel fortino, si occuparono solo di salvare se stessi, peraltro con risultati pessimi.

Matteo Salvini deve salvare il suo sottosegretario Siri, Di Maio la sua sindaca Raggi, il premier Conte il suo nobile posteriore, ognuno insomma ha un suo personale motivo per non fare prevalere il bene comune come si è ben visto l'altra sera a Palazzo Chigi, tanto che anche il decreto sviluppo è rimasto nel limbo.

Salvini ci rifletta, non ha il diritto di trascinarci tutti in questo buco nero.

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