Da Asia ad Aisha a ognuno la sua icona

Non condanniamo Silvia Romano. La sua immagine di donna liberata, ma ancora disposta ad esibire fede e divisa dei suoi aguzzini, sconcerta e allibisce, ma non deve spingerci a detestarla o, peggio, odiarla

Da Asia ad Aisha a ognuno la sua icona

Non condanniamo Silvia Romano. La sua immagine di donna liberata, ma ancora disposta ad esibire fede e divisa dei suoi aguzzini, sconcerta e allibisce, ma non deve spingerci a detestarla o, peggio, odiarla.

Silvia sicuramente non è consapevole di essere diventata la bandiera di un movimento terrorista responsabile di stragi e massacri. Quell'immagine di lei in vesti islamiche nasconde mesi di privazioni fisiche e psicologiche che la rendono inconsapevole di aver aderito ad una fede impostale da una banda di fanatici. A questa impossibilità molto umana avrebbero dovuto porre rimedio quel premier e quel ministro egli Esteri che, pur presenziando al suo ritorno, si sono ben guardati dal denunciare l'orrore del radicalismo islamico.

Detto questo, un errore ancora più grande è inseguire il conformismo buonista di una sinistra decisa a fare di Silvia la nuova eroina italiana. Lei è soltanto una sopravvissuta. La sopravvissuta di una situazione in cui, per mantenere la barra dritta, servivano fede e certezze ben lontane da quelle di un'Italia e di un'Europa dove definirsi cristiani è ormai una sorta di auto-denigrazione. Sola e prigioniera, Silvia si è piegata alla prima fede che le veniva offerta. E poco importa se era una fede assassina, riassuntale malamente da una banda di fanatici incapaci persino di leggere la lingua del Corano. Per lei il libro del Profeta rappresentava un passaporto capace di regalarle la salvezza o, almeno, la certezza di non essere più una pecorella tra i lupi. E poco importa se quella fede posticcia le è rimasta addosso anche dopo essere stata liberata e riconsegnata ai suoi genitori. Oltre alla sindrome di Stoccolma, Silvia si porta dietro quello stress post-traumatico che trasforma tanti valorosi reduci in emarginati non appena svestono la divisa e rimettono gli abiti civili.

Ma gli eroi sono un'altra cosa rispetto alle vittime. Una fra tutti si chiama Asia Bibi. Seviziata, sbattuta in galera, condannata a morte per avere difeso la propria fede cristiana in un Pakistan veementemente musulmano, per nove anni s'è rifiutata di profferire quell'abiura al Cristianesimo che le avrebbe garantito la salvezza. Per nove anni, come tanti altri cristiani perseguitati, si è aggrappata alla propria fede difendendola a costo della vita. Per questo chi ancora crede nell'importanza di valori ed ideali non può e non deve fare confusione. Silvia non va denigrata, ma la vera eroina, il vero esempio, è solo Asia Bibi.

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