Caso Cucchi, Grasso: "Chi sa parli". Domani vedrà i familiari al Senato

Per il presidente del Senato "lo Stato non può sopportare una violenza impunita". La procura di Roma: valuteremo ricorso

La sorella di Stefano Cucchi con la foto del fratello morto
La sorella di Stefano Cucchi con la foto del fratello morto

Il caso Cucchi continua a tenere banco nelle cronache dei giornali. "È doverosa la solidarietà alle vittime della violenza, soprattutto quando viene da rappresentanti delle istituzioni", ha detto a Bari il presidente del Senato, Pietro Grasso, che domani incontrerà i familiari di Stefano a Palazzo Madama.

"Speriamo di continuare a cercare la verità - ha aggiunto - nonostante ci siano state delle sentenze che non hanno saputo o potuto trovarla. Pensiamo si debba continuare su questa strada dando massima solidarietà ai familiari. Vorrei fare un appello, ci sono rappresentanti delle Istituzioni che sono certamente coinvolti in questo caso, quindi chi sa parli, che si abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità perchè lo Stato non può sopportare una violenza impunita di questo tipo".

Intanto si apprende che la procura generale di Roma "valuterà la sussistenza di motivi" per ricorrere in Cassazione "dopo aver letto le motivazioni" della sentenza di assoluzione in appello degli imputati per la morte del giovane. Lo ha reso noto il procuratore generale della Capitale, Luigi Ciampoli. "La Procura esaminerà, con la lettura delle sentenza, la motivazione che darà la Corte d’assise di appello alla decisione di non accogliere le richieste di condanna degli imputati, fatte con ampia e argomentata requisitoria dal pg di udienza, valutandone la congruità, la coerenza e la legittimità. Valuterà, di conseguenza - ha aggiunto Ciampoli - la sussistenza di motivi di ricorso in Cassazione, dove - ha sottolineato - già pende altro ricorso, sempre presentato dalla Procura Generale di Roma, contro un’altra sentenza relativa alla presunta responsabilità del personale medico del carcere di Regina Coeli che diede assistenza a Cucchi prima del trasferimento all’ospedale Pertini", dove il giovane morì.

Della sentenza ha parlato, in un'intervista a Ballarò, anche Matteo Renzi, che ha chiarito che se anche la vicenda "fa molto male" e "lo Stato è chiaramente responsabile", per rispetto al suo ruolo non può "entrare nel potere giudiziario".

La sorella di Cucchi: fallimento giustizia

"Noi abbiamo affrontato questo processo che era prevalentemente un processo a Stefano - ha detto Ilaria Cucchi a a Radionorba -. Con questa seconda sentenza non abbiamo perso noi, quello che dicevamo da cinque anni è stato riconosciuto, questo è il fallimento della Procura di Roma, è il fallimento della giustizia. Io e la mia famiglia per 5 anni abbiamo combattuto, perché così devo dire, un processo assurdo nel quale se non si fosse trattato della morte di mio fratello sarebbe sembrata una barzelletta. Abbiamo sentito dire di tutto e soprattutto abbiamo cercato con ogni forza sentir negare quelle fratture e le conseguenze di quelle fratture. Oggi abbiamo due sentenze che ci dicono che Stefano è stato pestato e ci dicono che non si è in grado di stabilire chi ne siano gli stato autori di quel pestaggio".

Il Sappe: rispetto per Cucchi ma non facciamolo un santo

"Ho rispetto per Stefano Cucchi, ma non facciamolo diventare un Santo, quelle fratture se le è procurate prima di essere arrestato, negli ambienti che frequentava", ha detto sempre a Radionorba, Donato Capece, segretario del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria. Capece ha poi spiegato la ragione per cui il sindacato denuncerà la famiglia Cucchi: "Innanzitutto - ha risposto - vuole essere un segnale per far cessare queste continue aggressioni verbali e questi lanci di sospetti, e quindi istigazioni all’odio e al sospetto contro la polizia penitenziaria. Ci sono state ben due sentenze, primo grado e secondo grado, che hanno completamente scagionato ed assolto gli operatori di polizia penitenziari. Abbiamo sempre confidato nella magistratura, e quindi riteniamo che siano state esperite tutte le indagini". E ancora: "Noi non abbiamo ammazzato nessuno. Noi siamo stati ligi al nostro lavoro, abbiamo fatto il nostro dovere. Probabilmente ora il procuratore capo di Roma, dottor Pignatone, rileggerà gli atti e se la famiglia Cucchi ha altri fatti nuovi da aggiungere si potrebbe riaprire il processo. Ma da qui a continuare queste aggressioni verbali nei confronti della polizia penitenziaria, noi non ci stiamo".

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