Il mistero dei "pochi contagi". ​La città che è rimasta immune

Ferrara si è salvata dal virus: "soltanto" mille casi nonostante sia molto vicina a zone rosse (Vo' Euganeo) e numerose aree con un altissimo numero di contagi. Tra potenziali immunità causate da malattie del passato e le misure di chiusura preventiva, ecco tutte le ipotesi in campo

Il mistero dei "pochi contagi". ​La città che è rimasta immune

1007, un numero simbolico ma significativo. È il totale dei casi Covid-19 nella città di Ferrara al 13 giugno 2020 nella terza regione d'Italia, l'Emilia-Romagna, più colpita dal virus dopo Lombardia e Piemonte. La città emiliana, nonostante si trovi molto vicino ad aree che potremmo definire "arancioni" visto l'andamento della pandemia in questi mesi, ha conservato una specie di immunità al virus apparentemente inspiegabile.

I pochi casi di Ferrara, alcune ipotesi

Come è stato possibile? Il capoluogo estense, ad esempio, dista meno di 50 km da Bologna (procedendo verso sud) dove i casi sono stati 5.095 (sempre al 13 giugno), praticamente cinque volte di più, ed è lontana 75 km circa da Padova, capuologo Veneto a nord, dove si sono registrati 3.942 casi di positività, quasi quattro volte Ferrara che può definirsi "isola felice": in pratica, è stata accerchiata da migliaia di casi in più riuscendo a rimanere "quasi" immune. Avevamo accennato a questo fenomeno sin sul nascere, nelle pagine de Ilgiornale.it a fine marzo, quando l'anomalia era già abbastanza evidente e l'Italia in piena fase di lockdowm a fare i conti con 4-5mila casi e centinaia di morti ogni giorno.

Immunità da talassemia e malaria? Sul tema si era espresso anche l'ex commissario ad acta per l’emergenza in Emilia-Romagna Sergio Venturi, che aveva dichiarato ai giornali un'ipotesi piuttosto suggestiva. "O la talassemia o il tema della malaria credo abbiano avuto una parte nel mantenere quelle zone quasi intatte rispetto ad un attacco così forte e feroce come quello del virus che abbiamo in queste settimane", aveva dichiarato in diretta Facebook mentre leggeva il bollettino quotidiano. "Dai ricercatori mi aspetto ci sia un interesse su questo caso ", aveva proseguito, auspicando che si potessero interessare all'argomento "docenti dell'Università di Ferrara ma non solo, siano interessati a produrre uno studio che ci faccia sapere perché i ferraresi hanno questa specie di quasi invulnerabilità", conclude Venturi.

Il parere dell'esperto. Le ipotesi contemplate da Venturi, pur senza alcuna prova scientifica, sono oggetto di studi. Più per la talassemia in verità, visto che la malaria è stata completamente esclusa dal discorso dell'immunità "protettiva". "La malaria non ha niente a che fare con il Covid", ha affermato al nostro giornale il Professore Carlo Contini, Ordinario di Malattie Infettive e Tropicali e Direttore dell'Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive Universitarie dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara. "La malaria, all'inizio del secolo scorso, interessava il 4% di tutto il territorio nazionale: le zone di Ferrara e Rovigo, al pari di tante altre regioni italiane erano ipoendemiche, cioè con scarsa endemia per il parassita malarico a differenza di Sardegna, Sicilia, Puglia che, pur essendo invece iperendemiche in passato, sono state colpite ugualmente dal Covid-19", ci ha detto Contini. Per questi motivi, la "relazione tra malaria e Covid-19 non c'è stata e, pertanto, non si può ipotizzare che si sia instaurata in queste città un'immunità protettiva nei confronti di Sars-Cov-2, agente causale del Covid-19". Non si può del tutto escludere, invece, la comunque remota possibilità di un'immunità da talassemia come dimostrato di recente da alcuni autori francesi. "È un'ipotesi che serpeggia tra gli studiosi e la potremo lasciare in stand-by, sono in corso studi genetici e non è stato eliminato questo legame", ha detto Contini.

Lo studio francese. Il professore ci ha parlato di uno studio francese, ancora in fase di pre-stampa, ma consultabile online sul sito Sciencedirect. Se non emergeranno criticità, sarà pubblicato a settembre su Elsiever, il maggior editore mondiale in ambito medico e scientifico. In questo studio, quattro ricercatori francesi hanno analizzato l'evoluzione dell'infezione da Covid-19 in tre regioni italiane (Puglia, Sardegna, Sicilia) dove esistono diverse prevalenze beta-talassemiche, al fine di cercare un collegamento. "I risultati hanno mostrato che la prevalenza della popolazione eterozigote della talassemia è significativamente correlata all'immunità ipotizzata contro Covid-19", scrivono gli studiosi. "In questo contesto, abbiamo ipotizzato che i pazienti beta-talassemici, più concentrati in Sardegna, potrebbero sviluppare un'immunità alle conseguenze infettive della Sars-Cov-2 sull'emoglobina poiché la catena beta, potenziale bersaglio del virus, potrebbe essere assente o meno prominente nel sangue", scrivono. Le loro ipotesi potrebbero essere confermate dallo screening della prevalenza di Covid-19 infetto tra i pazienti beta-talassemici oltre studi su cellule in vitro e modelli animali, come l'eritrocita talassemico o i topi beta-talassemici. "Ulteriori studi potrebbero essere condotti per identificare altre correlazioni tra COVID-19 e altre patologie del sangue come la drepanocitosi, il deficit di G6PD o la malaria", concludono i ricercatori.

Ecco i "segreti" di Ferrara

Insomma, se l'immunità da malaria non esiste e quella da talassemia è comunque tutta da dimostrare, senza andare a scomodare chissà quali ipotesi fantasiose possono essere stati tre semplici motivi che hanno salvato il capoluogo estense dalla fase acuta della pandemia. "Prima di tutto, la distanza dal vasto focolaio lombardo - afferma il prof. Contini - La Lombardia è esplosa come Wuhan, e non è un caso che città come Piacenza e Modena, molto vicine alla Lombardia, abbiano avuto un gran numero di contagi e di decessi. In secondo luogo, la tempestività degli interventi di contenimento del contagi: a Ferrara, fin dai primissimi casi registrati al Nord, è stata chiusa l'area universitaria, polo di aggregazione che raccoglie migliaia di studenti che vengono dal Veneto, oltre al tanti luoghi di ritrovo sociale ed attività industriali". Terzo motivo, ma non ultimo come importanza, la posizione geografica "strategica" di Ferrara, che potrebbe aver impedito al virus di diffondersi più di tanto. "È collocata nella parte più orientale della via Emilia, quindi la rete dei trasporti non è certamente paragonabile a quelle delle grandi città italiane", ha concluso il professore. In realtà c'è anche una quarta ipotesi, legata all'inquinamento atmosferico, con le particelle di particolato in grado di veicolare il virus e facilitare la trasmissione dell'infezione. "Ipotesi di studio che necessiterà di ulteriore conferme", ha concluso il professore.

Le ipotesi del Rettore. Sulla stessa linea dell'infettivologo Contini è anche il Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Ferrara, Giorgio Zauli, che abbiamo intervistato in esclusiva per Ilgiornale.it. "Da un lato, abbiamo chiuso l'Università già il 22 febbraio, in anticipo rispetto alle altre università regionali perché abbiamo tanti studenti fuorisede dal Veneto e dalla bassa lombarda. Dopo le prime due zone rosse di Codogno e Vo' Euganeo abbiamo chiuso. Non so se abbia contribuito, può essere uno dei fattori", ci ha detto Zauli, facendo riferimento ai grandi numeri degli studenti. "Abbiamo 23 mila iscritti ed il 75% di studenti è fuorisede: 7.200 veneti e qualche migliaio lombardo, è chiaro che sia un fattore. Tra l'altro, abbiamo visto che i giovani sono spesso asintomantici". Anche Zauli, tira in ballo la collocazione "periferica" del capoluogo ferrarese e della sua provincia. "Siamo fuori dalle vie dei grandi traffici: essere fuori dall'asse dell'Emilia-Romagna ci ha favorito. Una situazione del tutto analoga è anche quella della provincia di Rovigo a dimostrazione che territori vicini, al di là della regione, hanno avuto destini simili".

100mila euro per la ricerca. Intanto, anche l'Università è in prima linea con la ricerca. "Abbiamo destinato centomila euro come primo stanziamento con fondi d'Ateneo, più che per indagare il caso Ferrara per le problematiche scientifiche collegate al Covid in generale e stimolare i vari centri di ricerca della città - ha detto il Rettore - la nostra università ha una buona qualità della ricerca bio-medica. Questi soldi servono per stimolare le varie competenze che abbiamo in ateneo per fare ricerca ed application". In questo contesto, un primo risultato è stato raggiunto.

Il ventilatore made in Ferrara."Abbiamo messo a punto un ventilatore, 'Diego', pensato per i paesi del terzo mondo realizzato con una componentistica semplice ed a disposizione di tutti. È un primo risultato tangibile molto importante", ha sottolineato Zauli. Diego (Device for Inspiration and Expiration, Gravity Operated) è al momento l'unico respiratore inventato in Italia sottoposto al ministero della Salute per l'emergenza Covid-19. Il dispositivo, realizzato grazie alla collaborazione fra l'Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) e l'Università di Ferrara, sta iniziando il percorso normativo per poter essere marcato CE come dispositivo medico di classe I, come si legge su Lanuovaferrara. È già stato sperimentato su pazienti e notificato al Ministero della Salute e, come detto dal Rettore, potrà essere utilizzato anche nei Paesi in via di sviluppo per i quali è difficile accedere a dispositivi medici sofisticati.

Ventilatore "Diego"

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