Ma che pena gli sciacalli anti-Matteo

Lo scrittore querelato dal leader del Carroccio dopo le accuse di "annegare le persone". Il sindacato: il delitto di Vibo è colpa sua

Ma che pena gli sciacalli anti-Matteo

Verrebbe da dire: povero Saviano. Un anno fa, in una delle sue fatwe via Internet, l'autore di Gomorra aveva auspicato la scomparsa di Matteo Salvini dalla scena politica: «Non se ne può più di questo politico improvvisato che cerca con le più banali affermazioni di attirare la canaglia razzista». Magari pensava che, grazie alla sua esternazione, gli italiani si disgustassero in massa di Salvini. E invece se lo ritrova ministro dell'Interno. Un altro, al suo posto, si interrogherebbe: «Non è che gli ho fatto pubblicità?»; o si chiederebbe se canaglie razziste siano i cinque milioni di italiani che hanno votato Salvini, catapultandolo al Viminale; o si farebbe qualche domanda sulla incapacità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, di dare risposte più convincenti di quelle del leader leghista a paure e bisogni degli elettori. Ma Roberto Saviano non è uomo da dubbi. E così eccolo riapparire, sempre più sciupato e funereo, in un nuovo video.

Anche questo contro Salvini, nei cui confronti lo scrittore napoletano deve nutrire una sorta di ossessione.

Cosa ha fatto stavolta, il leader del Carroccio? Ha detto un paio di cose financo banali, «Gli Stati devono tornare a essere Stati e i vice scafisti non devono poter attraccare nei porti italiani». A indignare Saviano è quella definizione, «vice scafisti», che interpreta come un riferimento alle Ong, le organizzazioni che soccorrono i migranti. Metterle sotto controllo per Saviano è un gesto criminale: «Disobbedite a questo ministro dell'Interno, quest'uomo vuole fare annegare le persone». Salvini, a quel punto, si incavola e gli risponde sui social network: «Il signor Saviano ha vinto una bella querela, non dal Salvini ministro, ma dal Salvini papà!».

Si potrebbe obiettare che Saviano non è solo, nella sua ossessione verso Salvini. Nelle stesse ore un sindacato di base, l'Usb, indica il neoministro addirittura come mandante morale dell'ammazzamento di un suo militante di colore, ucciso vicino a Vibo Valentia (delitto, peraltro, dall'autore e dal movente ancora misteriosi ma, secondo la polizia, senza nulla a che fare con razzismo e xenofobia): «La dottrina Salvini ha fatto scorrere il primo sangue», dicono i sindacalisti dell'Usb. Insomma, è partito il tiro preventivo contro Salvini, prima ancora che il ministro si sia effettivamente seduto al timone del Viminale. E se in un comunicato di un piccolo sindacato non desta stupore trovare frasi in libertà, ad immalinconire è soprattutto Saviano, che con le parole ci lavora e che dovrebbe essere abituato ad usarle a proposito; invece, ieri, nella sua omelia via web, tutto preso dal pathos, non si accorge di dire cose che non stanno né in cielo né in terra. Per dare a Salvini dell'affogatore di bambini lo scrittore si esibisce in una difesa d'ufficio delle Ong che, secondo lui, «agiscono sempre coordinate dalla Guardia Costiera italiana, quindi sempre nel rispetto delle regole». Quando, in che film?, verrebbe da dire. Ma Saviano li legge i giornali, conosce qualcosa delle inchieste di Catania e Trapani sui contatti ravvicinati tra trafficanti di uomini e Ong italiane e straniere, ha letto le intercettazioni sulle partenze organizzate di comune accordo tra i clan libici e i presunti salvatori? La verità è che il mondo va da una parte e le chiacchiere di Saviano dall'altra. E pensare che, una volta, era un discreto scrittore.

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