Gentile Direttore Feltri,
cosa pensa della tragedia avvenuta a Roma, dove un inseguimento della polizia si è concluso con la morte di un'intera famiglia, padre, madre e figlio di 42 anni, travolta da un'auto in fuga che non si era fermata all'alt?
Ancora una volta si discute della legittimità degli inseguimenti e delle responsabilità delle forze dell'ordine. Ma qui a morire sono stati tre innocenti. Non sarebbe il caso di dire con chiarezza che chi forza un posto di blocco e scappa si assume una responsabilità enorme?
Domenico Cherubini
Caro Domenico,
stavolta a morire sono stati tre innocenti. Non delinquenti in fuga, non chi stava tentando di sottrarsi a un controllo, ma una famiglia che tornava a casa. Padre, madre, figlio. Tre vite spezzate in pochi secondi. E la causa non è una fatalità. È una scelta. Chi non si ferma all'alt compie un atto volontario. Decide di trasformare la strada in una pista da fuga. Decide che la propria paura o convenienza valgono più della sicurezza altrui. Decide che accelerare sia meglio che rispondere delle proprie azioni.
E qui sta il punto che molti fingono di non vedere: se non ci fosse la fuga, non ci sarebbe l'inseguimento.
Ogni volta che accade una tragedia simile, il dibattito si sposta immediatamente sugli agenti. «Dovevano inseguire?». «Non era meglio lasciarli andare?». È successo a Milano nel caso Rami, morto durante una fuga in scooter. Anche lì si è arrivati a indagare i carabinieri per verificare l'omicidio stradale o l'eventuale eccesso nell'adempimento del dovere, così lo chiamano. Roba da matti. Le verifiche sono legittime. In uno Stato serio si controlla tutto. Ma il riflesso automatico per cui chi insegue diventa sospetto morale, mentre chi scappa viene quasi derubricato a vittima del sistema, è un capovolgimento pericoloso. La legge non prevede che, davanti a un alt, l'automobilista possa scegliere se obbedire o meno. La legge prevede che chi forza un posto di blocco venga fermato. E per fermarlo, talvolta, occorre inseguirlo. Del resto, lo impone la logica.
Se lo Stato rinunciasse a farlo, il messaggio sarebbe devastante: basta premere sull'acceleratore per garantirsi l'impunità. E qui entriamo nel problema più grande: l'idea, ormai diffusa, che si possa violare la legge e poi lamentarsi delle conseguenze. Che si possa vivere di illegalità diffusa, furti, scassi, fughe, e pretendere che l'ordine pubblico si adegui. No. La sicurezza urbana non è un'opinione. È un diritto dei cittadini onesti. E l'illegalità non è una disavventura sociale: è una scelta che genera rischi concreti.
Paradossalmente, fermarsi sarebbe costato meno. Anche se si fosse trattato di rispondere di un furto, di possesso di arnesi da scasso o di altro. Si sarebbe parlato di reati. Si sarebbe parlato di tribunali.
Invece ora si parla di omicidio plurimo. Chi scappa a folle velocità in città accetta implicitamente il rischio di uccidere qualcuno. È una roulette russa collettiva. E la pallottola, quasi sempre, colpisce chi non c'entra nulla.