Cronache

Controllo sui video, ricorso contro Google

La procura di Milano: "Google non può chiamarsi fuori dal controllo del materiale che mette a disposizione dei suoi utenti"

Controllo sui video, ricorso contro Google

Ecco perché Google non può chiamarsi fuori dal controllo del materiale che mette a disposizione dei suoi utenti, soprattutto quando questo materiale va attocare tasti delicati come la privacy, in particolare dei soggetti deboli. È il processo scaturito dalla querela di un giovane disabile torinese, vittima di bullismo all'interbno della sua scuola, che si era visto filmato in un video dai suoi compagni e postato dagli stessi su Google Video. In un ricorso di quindici pagine, la Procura generale di Milano spiega perché l'assoluzione dei tre manager di Google accusati di violazione della privacy - disposta dalla Corte d'appello annullando le condanne inflitte in primo grado - è un macroscopico errore. È un errore cui, secondo la Procura, i giudici d'appello arrivano sulla base di errori di fatto e a volte addirittura di termini, confondendo tra Ip (Internet provider) e Isp (Internet service provider, e tra host provider e content provider. Ma soprattutto sottovalutando le capacità che la tecnologia informatica offre di filtrare i contenuti.

"La mancanza di motivazione della sentenza - scrive il pg Laura Bertolè Viale - è evidente dove sostiene da un lato che la normativa esistente non impone agli imputati l'obbligo di controllo dei video trasmessi e dall'altro che comunque il controllo sarebbe reso impossibile 'visto l'enorme afflusso di dati'".

Per sostenere la possibilità del controllo, la Procura cita una dichiarazione di Giorgia Abeltino, policy counsel di Google Italia, che "in una recente audizione davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla pirateria" ha affermato che "ulteriore elemento è una attività preventiva, ossia con un sistema tecnologico direi abbastanza avanzato facciamo - su tutti quanti i siti che chiedono di essere nei link sponsorizzati e quindi chiedono di fare pubblicità - una attività non manuale ma di controllo tecnologico e riusciamo a rintracciare una enorme quantità di siti che fanno una attività illecita (...) lo faccianmo sicuramente con la ricerca di parole chiave ma anche con altri parametri (...) non so bene come funzioni tecnicamente questa attività ma è una attività preventiva (...) nel 2001 abbiano chiuso centomila account adword". Commenta la procura: "Analoga tipologia di controllo testuale avrebbe sicuramente impedito l'evento", ossia la pubblicazione del video del giovane disabile, visto che "questa semplice operazione avrebbe consentito di bloccare immediatamente ed automaticamente in ingresso un video che era stato ignobilmente titolati 'in classe con sensibilizziamo i culi diversi', 'l'andicappato a cagato', con un commento degli autori del download 'lotta tra umano e andicappato'". Il ruolo di Google, secondo la procura, "si caratterizza più in una posizione di protezione che in una di controllo", in base al codice della privacy, che impone "un principio generale di protezione dei dati personali che preclude il conseguimento di illeciti profitti". D'altronde, ricorda il ricorso, è la stessa Costituzione a sancire che "la libertà di iniziativa economica non può svlgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Google Video, sostiene l'accusa, svolge una funzione di , e questo - anche in base alla sentenza della Corte Europea del marzo 2010 - le imponeva precise responsabilità. E Google sarebbe venuto meno al suo dovere . Essendo Google Italy un hoster provider, i responsabili del trattamento dei dati privati erano tre dei manager finiti sotto processo e assolti. E l'unico a poter fornire il consenso all'utilizzo dei dati sensibili contenuti nel video sarebbe stato il giovane disabile, in nome della . Al centro del processo, scrive il pg, c'era . Un rapporto di causa-effetto che la procura considera ampiamente dimostrato. Per questo chiede alla Cassazione di annullare le assoluzioni dei manager David Drummond, Peter Fleischer e George De Los Reyes (difesi da Giulia Bongiorno, Giuseppe Vaciago, Tomaso Pisapia, Carlo Blengino e Luca Luparia) e ordinare un nuovo processo.

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