Il coraggio di Samantha anti-razzista americana che non si inginocchia

La scelta di Sam. È l'ultimo sabato di giugno e gli spalti del Zions Bank Stadium di Herriman, in Utah, sono vuoti. Non c'è pubblico, solo telecamere, qualche fotografo e una manciata di giornalisti

La scelta di Sam. È l'ultimo sabato di giugno e gli spalti del Zions Bank Stadium di Herriman, in Utah, sono vuoti. Non c'è pubblico, solo telecamere, qualche fotografo e una manciata di giornalisti. La lega femminile di calcio riparte con la Challenge Cup. È la prima manifestazione sportiva in un'America ancora devastata dal contagio. Non è il ritorno alla normalità. È una speranza. Sono giorni difficili. La morte di George Floyd, soffocato da un poliziotto a Minneapolis, ha riaperto le vene degli Stati Uniti, una nazione che non riesce a fare i conti con la ferita profonda del razzismo. È sempre lì, e torna e riemerge e scardina le basi del contratto sociale.

La partita che sta per iniziare è tra North Carolina Courage e Portland Thoms. È il momento dell'inno nazionale. The Star-Spangled Banner. La bandiera a stelle e strisce cerca un po' di vento. Le ragazze sul campo indossano la maglia nera del Black Lives Matter e una mascherina antivirus. Partono le note. Tutte si inginocchiano e portano le mani dietro la schiena. Tutte tranne una.

È Samantha Leshnak, il portiere di riserva dei Courage. Sam porta nel nome il suo destino. Ha i capelli raccolti in una coda bionda. Sta in piedi, solo lei, con la mano destra stretta al petto. La maglia nera è ciò che la unisce a tutte le altre. È lei l'anomalia, la deviante, quella fuori dal branco. È allo stesso tempo scandalo e coraggio.

Questa immagine rimbalza con un dubbio e una domanda. La scelta di Sam è razzista? La sua risposta è no. Indossa la maglia del Black Lives perché non si riconosce in uno Stato che uccide. Non è complice di discriminazioni razziali, religiose o sessuali. Non sta dalla parte di chi calpesta i diritti individuali. Non si sente, d'altra parte, neppure una privilegiata bianca.

Sam ha ventitré anni. È sposata e viene da Liberty, Ohio. La sua scelta non è binaria. Non è bianco o nero. Non è neppure un compromesso. È qualcosa di più sottile e profondo. Samantha non rinnega la bandiera. È una patriota. Si presenta davanti a quel simbolo con il canone tradizionale, con la mano al cuore. Il suo gesto controcorrente nasconde una speranza o, per i più scettici, un'utopia. Quello che lei sogna è un'America, con tutto ciò che rappresenta, senza più la macchia e la vergogna della schiavitù e del razzismo. È dare un senso alla Costituzione degli Stati Uniti d'America: «A ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà, senza distinzione alcuna di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere». È un principio che va ricordato a tutti, a costo di andare controcorrente, restando in piedi.

È quella bandiera a stelle e strisce che finalmente prova ad andare oltre, a riconoscersi in quello che voleva essere e non è mai stata.

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Commenti

QuasarX

Mar, 30/06/2020 - 19:23

brava Samantha un piccolo raggio di sole nell'oscurita' politically correct