Corona nel bosco di Rogoredo: "Così sono entrato all'inferno"

L'ex re dei paparazzi racconta in tv il reportage dal boschetto di Rogoredo per realizzare il quale è stato aggredito dagli spacciatori

Corona nel bosco di Rogoredo: "Così sono entrato all'inferno"

"Mi aspettavo qualcosa di meno peggio. Quello che ho trovato è stato incredibile: entrando dentro quell'inferno quello che ho provato è difficile da raccontare".

Fabrizio Corona mostra a Non è l'Arena il reportage dal boschetto della droga a Rogoredo - alle porte di Milano - in cui è stato aggredito. "Sentivo di voler entrare dentro perché ho questa vena giornalistica che mi è tornata e mi sono spinto fino a un punto dove non è mai arrivato nessuno", ha spiegao l'ex fotografo dei vip sottolineando che per realizzarlo "ho rischiato la vita" e che ha deciso di andare lì perché "io vivo di adrenalina, senza non posso vivere".

"Il caso di Desiree lo conosciamo tutti ma la droga agli uomini di colore, gliela danno gli italiani", accusa Corona, "Allo Stato conviene avere un posto come il bosco della droga. Bisogna curare questi drogati, ma le cure costano e lo stato preferisce lasciarli lì. C'è differenza tra la droga che gira nel mio ambiente e quella droga lì. Nel mondo dello spettacolo si drogano tutti, non faccio fatica a dirlo: ma è cocaina, è droga per ricchi. Quella del boschetto è la droga dei disperati, l'eroina tagliata male, lo speedball che è un mix di eroina e cocaina in vena. Costa poco, 2-3 euro per pochi grammi, perché l'eroina ormai è passata di moda e viene mischiata a sostanze chimiche. Chi spaccia non si droga".

Poi ha ribadito di aver voluto attirare attenzioni, ma di aver voluto provare emozioni forti. "Lì dentro provavo adrenalina, non paura", ha detto, " Lì ci sono centinaia di siringhe, oggetti di gente violentata, ammazzata lì. Abbiamo parlato con un tossico che avrebbe potuto avere un attimo di follia e farci del male. Eravamo in 5, ma eravamo troppi e siamo andati dentro in 3. Eravamo io, un russo che ha fatto tanti anni di galera e che mi ha accompagnato, e l'operatore, di 25 anni. Avevamo due telecamere nascoste, una con l'audio e una a infrarossi".

Al programma di Giletti Corona ha quindi mostrato le immagini girate all'interno del bosco e ha spiegato il sistema di spaccio: "Ci sono vedette degli spacciatori", ha raccontato, "Poi arrivi nel bunker centrale dove ci sono circa 20-30 spacciatori che sono i capi e che comandano tutto il boschetto. C'è qualsiasi tipo di droga. Se cammini li per terra, ci saranno centinaia e centinaia di siringhe, questi qui che nel buio si muovono come zombie".

Poi l'aggressione: "Lui mi riconosce, mi guarda mi strappa felpa e maglietta, vede i microfoni li strappa. Incomincia una rissa nel buio, poi sono scappato però lì è un bosco e sono finito in mezzo ai roghi. Wravamo uno contro uno, lui aveva un coltello, io ero a pezzi fisicamente, non reggo una rissa. Mi ha lasciato per un rispetto di detenuti. Io sono molto rispettato perché sono uno che ce l'ha fatta. Mi considerano uno di loro. Perché mi hanno aggredito? Mi hanno punito perché per loro ho fatto un'infamata. Per esempio, quando Brumotti va in queste situazioni, ma si limita a urlare restando lontano, per me si comporta da infame. Perché spettacolarizza un dramma che non va spettacolarizzato. Non voglio fare il figo perché io sono andato lì e altri no. Per me quella di Striscia è solo satira, dicono di essere già andati loro nel bosco della droga ma non è vero: sono andati di giorno, senza entrare. Non è una gara di programmi, ma io non sono andato lì per cercare popolarità, non ne ho bisogno. Sono pieno di popolarità in questo momento".

Infine l'accusa alle forze dell'ordine, ree - a suo dire - di essersi preoccupati più di sapere perché era nel boschetto che del fatto che fosse stato aggredito: "Sono rimasti lì, non sono entrati".

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