Coronavirus, le mani del fisco sui soldi donati agli ospedali

Il fisco non fa sconti a nessuno. Gli istituti costretti a pagare l'Iva al 22% sui dispositivi medicali acquistati con i denari donati dai privati cittadini. Un quinto delle donazioni rischia di finire in tasse

Gli ospedali italiani, allo stremo delle forze in questi complicatissimi giorni di lotta contro il nuovo coronavirus, devono fare i conti anche con il fisco.

Che cosa c'entra mai l'Erario in un'emergenza del genere? Molto più di quanto non si possa immaginare. Il quotidiano La Verità ha ricostruito il perverso meccanismo che sta strozzando gli istituti sanitari, dove gli operatori non solo devono fare i conti con la rapida diffusione del Covid-19, ma anche con un fisco che non sembra essere intenzionato a fare sconti a nessuno.

Le numerose donazioni effettuate dai privati cittadini per aiutare gli ospedali hanno attirato le autorità finanziarie. Le campagne per aiutare i malati di Covid-19 e incrementare la capienza di reparti di terapia intensiva, ormai al collasso, non sono certo passate inosservate. Già, perché una volta ricevuti i denari, gli stessi ospedali si devono gettare a capofitto nel Far West globale per acquistare il necessario: caschi, ventilatori polmonari e, più in generale, attrezzature varie per la rianimazione dei pazienti.

L'ostacolo dell'Iva

Una volta che gli istituti riescono a mettere le mani su quanto richiesto per non lasciare morire i malati, arriva la doccia fredda. Già, perché sui dispositivi medicali acquistati è necessario pagare l'Iva al 22%. Per altro da saldare senza scaricare, visto che gli ospedali sono considerati a tutti gli effetti utenti finali. Calcolatrice alla mano, dunque, oltre un quinto delle donazioni rischia di finire in tasse.

Gli esempi non mancano. L'ospedale di Civitanova Marche aveva bisogno di un ecografo. Un intermediario filantropico, fondazione Italia per il dono Onlus, lo ha acquistato di tasca propria. Risultato: 6.950 euro è stata la spesa per il macchinario, mentre 1.529 euro sono finiti direttamente nelle tasche del fisco. Spostandosi a Milano la storia non cambia. Il medesimo ente no profit ha recapitato 400 mascherine all'Istituto dei tumori di Milano: costo totale dei dispositivi 1.940 euro, di cui 426,80 di tasse. E ancora: un'unità di terapia intensiva al Niguarda è costata 70mila euro, Iva compresa.

In tutta questa storia c'è spazio per un'ulteriore beffa. Nel caso in cui il dispositivo viene acquistato da un'azienda italiana, l'imposta deve essere pagata senza se e senza ma. Nel caso però in cui la donazione dovesse provenire dall'estero, entra in gioco il decreto n.633 del 1972 che in caso di “catastrofe”, fa sparire il dazio come per magia. E se le attrezzature anziché essere donate dovessero essere importate dall'estero? Una circolare dell'Agenzia delle dogane (n. 93291 del 17 marzo 2020) sottintende che ci sarà un'esenzione.

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