"Davanti al dolore siamo come Gesù in croce"

Cardinale Gianfranco Ravasi, una quaresima in quarantena. Piazza San Pietro deserta con un'assemblea collegata in Tv. Sarà una Pasqua senza precedenti. Forse ancora più autentica?

"Davanti al dolore siamo come Gesù in croce"

Cardinale Gianfranco Ravasi, una quaresima in quarantena. Piazza San Pietro deserta con un'assemblea collegata in Tv. Sarà una Pasqua senza precedenti. Forse ancora più autentica?

«La comunità cristiana è legata alla corporeità, allo stare insieme. Le cerimonie a distanza ci stanno, però insegnando una nuova dimensione, più spirituale, meno esteriore. È Gesù a porre come primaria la tutela della vita, rispetto all'osservanza del rito, quando fa una deroga e decide di guarire i malati anche nel giorno di sabato. E il profeta Amos, carissimo a Gesù, già nell'VIII secolo a. C., diceva: Amore io voglio e non sacrifici!».

Che cosa ci insegna questa tragedia?

«Molto, sia a chi crede sia a chi non crede. Ci ha svelato grandezza e limiti della scienza; ha riscritto la scala dei valori: non denaro, successo e potere perché di fronte al virus - come nella famosa livella - siamo tutti uguali. Ripropone le fatiche di relazioni che non siano virtuali, fra padri e figli, moglie e marito, giovani e anziani. Ha semplificato il superfluo, insegnando l'essenzialità. Ha costretto tutti a fissare negli occhi la morte e ci ha resi parenti di Giobbe, dandoci il diritto di protestare con Dio e di alzare a lui i nostri lamenti di fronte al dolore degli innocenti. Medici e operatori sanitari stanno andando oltre la legge di amare il prossimo come se stessi, per seguire quella estrema e gratuita di offrire la propria vita per gli altri. Penso che si potrebbe riscrivere L'amore ai tempi del colera cambiando il titolo con questo coronavirus: Garcia Marquez un giorno, già malato, mi scrisse: Sfortunatamente Dio non ha nessuno spazio nella mia vita, ma spero, se esiste, di avere io spazio nella sua».

È un tempo di paura: anche Gesù ne ebbe sulla croce...

«Il Dio cristiano, a differenza delle antiche divinità, apatiche, arroccate sull'Olimpo, ha assunto la nostra carta d'identità che è fatta anche di limite, dolore e morte. Il racconto della passione, che riascoltiamo in questi giorni, è molto lungo, proprio per includere tutta la gamma delle sofferenze umane. Gesù ha paura: Padre, se possibile, allontana da me questo calice e sperimenta l'abbandono degli amici, i discepoli, la tortura fisica. Prova, soprattutto, il dubbio più grande, quello della fede, quando dice Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? e, infine, muore in croce, che significa per asfissia, proprio come i nostri malati di questo virus».

Noi come lui...

«Ci salva stando con noi nel male, nel dolore: ecco il senso dell'incarnazione e quel seme di speranza che faceva dire al poeta Rainer Maria Rilke: La morte è l'altra faccia della vita, rispetto a quella rivolta verso di noi».

Questa pandemia non è una piaga d'Egitto, un castigo divino: potrebbe però esserci un rapporto causa-effetto per come noi abbiamo maltratto la nostra casa comune, il pianeta?

«Nessun castigo! Io vedo piuttosto il senso di una prova: rovinare le relazioni, abusare di ciò che abbiamo, vivendo in modo sfrenato porta a delle conseguenze. Il dolore, in questo senso, ha una funzione di catarsi, di purificazione. E siamo tutti scossi ora. La concezione delitto-castigo o il nesso causa-effetto sono, però, rifiutate innanzitutto da Gesù. Nell'episodio del cieco nato, di fronte a chi, per salvare il dogma, cercava colpe nei genitori dice: Né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma perché si mostri in lui la gloria di Dio».

Una pandemia vissuta in mondovisione è un bene o un male?

«Tutto è live: sono travolto dalla corrispondenza. Abbiamo riscoperto il bisogno di comunicare in maniera più tradizionale. E, lo ammetto: di fronte a tanto dolore, come uomo di Chiesa, a volte, mi mancano le parole o meglio le parole, come si legge in Qohelet, sono logore. E temo, come lamentava Giobbe, di offrire solo dei decotti di malva a chi sta soffrendo».

Da una parte la scienza cerca una cura e raccomanda prudenza, dall'altra l'economia punta ad una ripartenza rapida e l'Europa pare smarrita: qual è la via?

«Si deve tenere conto, una volta di più, della differenza fra finanza ed economia che significa legge della casa e quindi del nostro mondo. Sono europeista: credo serviranno più consapevolezza, meno egoismo, più visione d'insieme. Spero anche in maggiore onestà che spazzi via corruzione ed evasione fiscale, le vere piaghe di cui soffrivamo già prima».

Quale potrebbe essere un rinnovato ruolo della Chiesa?

«Chiesa e cultura dovranno lavorare sulla solidarietà, sul senso di comunità. È anche l'impegno del mio dicastero».

Qualcuno potrebbe anche apprezzare questo periodo di clausura e ozio creativo: ma è indubitabile che l'essere umano è fatto per il creato, sia per ciò che è plasmato da Dio, sia per ciò che ha costruito l'uomo.

«Sì, l'uomo è fatto per conoscere, viaggiare, scoprire. Nella Bibbia risuona 365 volte l'incoraggiamento a non avere paura. È il buon giorno che ci dà Dio. Le religioni devono lavorare per una nuova alba da ricostruire».

Pasqua significa passaggio: verso quale normalità se quella di prima era malata?

«Non so quanto ne usciremo trasformati. Dovremo ripensare a tutto. Sarà come rinascere: dopo nove mesi nel grembo materno, il bimbo impara ogni giorno la sua nuova dimensione nello spazio e poi nel tempo, il suo organismo si adatta e cresce per gradi. Prima riconosce una voce, poi intenderà ogni musica. Così dovremo fare noi».

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