Dj Fabo, governo difende reato di "aiuto al suicidio"

Il governo italiano, infatti, ha deciso di costituirsi davanti alla Consulta nel procedimento avviato dalla Corte d'Assise di Milano

Dj Fabo, governo difende reato di "aiuto al suicidio"

Nel caso dj Fabo e nella vicenda giudiziaria che coinvolge Marco Cappato c'è una novità. Il governo italiano, infatti, ha deciso di costituirsi davanti alla Consulta nel procedimento avviato dalla Corte d'Assise di Milano. A renderlo noto è stata Filomena Gallo, vicepresidente dell'associazione Luca Coscioni. Di fatto, circa un mese fa, i giudici, dopo il processo a carico dell'esponente radicale che ha accompagnato il dj malato di Sla in Svizzera, avevano deciso di trasmettere tutto alla Corte Costituzionale chiamata ad esprimersi sulla legittimità del reato di "aiuto al suicidio". Di fatto con questa mossa cade nel vuto l'appello lanciato prorio dall'associazione Coscioni che aveva raccolto 15mila firme per sostenere il documento in cui veniva chiesto all'esecutivo di non intervenire nel difendere il reato di "istigazione e aiuto al suicidio", reato contestato proprio a Cappato. Tra i firmatari dell'appello c'erano anche Roberto Saviano e Piergiorgio Odifreddi. Il documento infine era stato sottoscritto anche da diversi docenti delle università italiane. E la decisione del governo ha fatto discutere.

Così il ministero della Giustizia ha provato a spiegare la propria posizione: "L’intervento del Governo nel giudizio davanti alla Corte Costituzionale non è contro Marco Cappato, ma concerne la legittimità della norma sull’istigazione al suicidio, su cui è stato sollevato incidente di costituzionalità nel processo relativo alla morte di Dj Fabo", fanno sapere fonti del ministero. La norma, infatti, osservano le stesse fonti, "sanziona l’agevolazione delle condotte strettamente esecutive dell’atto suicidario e non anche il comportamento di chi, nel rispetto delle volontà del malato, gli fornisca le informazioni e la collaborazione nelle fasi antecedenti al compimento materiale del gesto: la Corte potrebbe perciò definire il giudizio con una cosiddetta sentenza interpretativa di rigetto, cioè fornendo i criteri per una interpretazione costituzionalmente orientata della norma. La dichiarazione di incostituzionalità secca della norma, invece, osservano dal ministero della Giustizia, potrebbe lasciare impunite condotte che nulla hanno a che fare con la tematica del rispetto delle volontà dei malati terminali".

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