Ecco l'Italia che è capace di risollevarsi

Un anno e sette mesi dopo. Nella notte il «cuore» del ponte Morandi è tornato a battere al suo posto, tra la pila 9 e la 10, lo stesso troncone di 100 metri crollato il 14 agosto 2018 da ieri è tornato sopra il torrente Polcevera

Un anno e sette mesi dopo. Nella notte il «cuore» del ponte Morandi è tornato a battere al suo posto, tra la pila 9 e la 10, lo stesso troncone di 100 metri crollato il 14 agosto 2018 da ieri è tornato sopra il torrente Polcevera. Non avranno sollievo le 43 vittime di quella mattina maledetta in cui la pioggia battente non riusciva a lavare le lacrime. Ma in questo Paese assuefatto all'emergenza continua, un mastodonte che dopo essere andato in frantumi si rialza a tempo di record è un segnale di speranza. Una speranza anche in giorni come questi, con un'Italia sprangata per ridurre i danni dell'epidemia da coronavirus.

Per un sistema economico già boccheggiante come il nostro, questo mese (mese e mezzo?) di interruzione forzata delle attività e sospensione di tutto ciò che può essere sospeso equivarrà a un montante al mento, il pugno che stende ogni pugile in difficoltà. Recessione o forte recessione: il parere di economisti e analisti riesce a oscillare soltanto tra due gradazioni diverse di disastro. A questo vanno sommati i miliardi di doverosi aiuti - siamo a quota 10, ma basteranno? - appena stanziati dal governo per tutti i settori dell'economia colpiti dall'epidemia del coronavirus. Un macigno che peserà nel prossimo futuro sui già sufficientemente disastrati conti pubblici italiani. Con il corollario di tassi che si impennano e spread da scalare.

Genova, dicevo, non è un'idea come un'altra. Anzi in questo preciso momento può dare una speranza. L'Italietta affannata, divisa, lamentosa e vanamente polemica dimostra sul torrente Polcevera che quando sa lavorare unita supera le bandiere e le rivendicazioni di parte, i risultati riesce a portarli a casa come se non addirittura meglio degli invidiatissimi Paesi stranieri.

Due imprese, Salini e Fincantieri, che lavorano gomito a gomito, la regia unica del commissario, il sindaco Marco Bucci, un'orchestra che suona lo stesso spartito: la formula è quasi magica. Fino a 600 persone, quasi mille contando anche l'indotto, che preparano, dispongono, assemblano, issano e costruiscono il gigante d'acciaio per rimarginare la ferita del Morandi. A meno di un mese dal completamento delle pile (era il 18 febbraio) da oggi oltre la metà dell'impalcato è pronto, mancano soltanto 8 campate su 19. Ieri notte è stata sollevata una trave unica da 1.800 tonnellate per 94 metri di lunghezza e posizionata a 40 metri di altezza.

È la stessa sincronia che servirà all'Italia quando l'onda del Coronavirus avrà lasciato l'ultimo riflusso sulla risacca. Quando finiranno i divieti e riapriranno aziende, negozi e attività. Quando si potrà tornare agli assembramenti e agli aperitivi, ai baci e agli abbracci. Ma allora serviranno poche feste e tanto lavoro. Come a Genova, più che a Genova.

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